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venerdì 25 maggio 2007

Postumi di Indiam Cream

La notte trascorse velocemente, senza lasciare tracce. Un piccolo letargo che aveva cancellato tutti i pensieri raccolti nel dormiveglia, un attimo prima che il sonno profondo si impadronisse di lei. Davide invece, aveva sempre dormito poco con il buio: era animale notturno, il silenzio suo complice, il cervello attivato quando il sole si spegneva nello specchio d’acqua salata che riusciva a scorgere dal suo terrazzo. Con la speranza che avesse risposto al messaggio, Teresa accese il telefonino e andò a fare colazione, cercando di recuperare le idee balenate nella sua testa la sera prima.
Con fatica cominciò a ricordare.
Aveva provato a farsi delle domande. E a darsi delle risposte.
Nonostante fosse inutile mentire, perché nessuno poteva ascoltarla, perché in realtà non stava mettendosi in gioco, perché in fondo non sarebbe servito a scoprire nulla di vero sulla sua persona, trovava estremamente difficile appaiare la giusta domanda con la giusta risposta.
Chi sei e cosa vuoi fare? Una vocina stridula prese corpo nella sua testa, lì dove riposa la corteccia uditiva, fastidiosa come il ronzio di un insetto che vola in prossimità del nostro orecchio. Lo scacciamo con la mano, mentre per riflesso, voltiamo il capo dall’altro lato.
Automaticamente la voce del suo Io, che sembrava essere identica, per timbro e intonazione, a quella che usava tutti i giorni per interagire con gli altri, rispose: Teresa, 25 anni, studentessa, aspirante ambasciatrice.
Sembrava fosse ad un provino o ad un colloquio di lavoro. Cinque righe per descriverti.
Ma in realtà non aveva risposto alla domanda. E la vocina ritornò…
Chi sei e cosa vuoi?
Il suo Io questa volta tacque a lungo. A che serviva rispondere Teresa? In che modo quel nome, quella parola composta da tre sillabe, ognuna da due lettere, poteva colmare lo spazio lasciato da quella terribile domanda.
Provò a chiedersi dov’era l’errore di fondo.
Nella domanda, in qualche modo banale, la cui risposta dovrebbe essere in realtà tanto dinamica quanto la vita stessa e la serie pressoché infinita di eventi che ci plasmano, noi duttili come rame da piccoli, duri come il diamante quando chiudiamo gli occhi al mondo…
Nella risposta, forse ancora più banale, che se in un caso si concretizza nella sterile cronaca dei fatti salienti della nostra vita, dall’altro enumera i buoni propositi, i falsi moralismi, i luoghi comuni, i desideri convenzionali, omettendo le paure, i segreti, i peccati, anche solo immaginati, le fobie, le compulsioni…
Ancora una volta incapace di rispondere.
Il silenzio di Teresa, in questo caso, perse la forza comunicativa che aveva potuto mostrare in altre occasioni e non bastò alla vocina che, dopo un po’, tornò a tuonare: chi sei e cosa vuoi?

lunedì 30 aprile 2007

Indian cream

Ho pensato molto a noi.
So quello ke voglio...
tu invece???

Un piccolo colpo sulla cornetta verde. Messaggio inviato.
Teresa impiegò circa 45 minuti per inviargli quella comunicazione.
45 minuti: 11 parole.
In realtà da quando aveva iniziato a pensare a come sarebbe stato meglio agire, aveva ascoltato per ben due volte il volume numero 6 di Cafè del mar: nell’ultima telefonata con Davide i silenzi erano stati maggiori degli scorci di dialogo e anche in quel messaggio chiara era l’intenzione di sovraccaricare i segni di interpunzione, quelli che arrestano il flusso di parole, quelli che arrestano il flusso di rabbia e rassegnazione che giunge al cervello, quelli che impongono una pausa.
Puntini sospensivi che rimandavano a vecchi scontri.
3 punti interrogativi.
3.
Come a chiedersi davvero: chi sei e cosa vuoi da me?
Pause silenzi vuoti tele grigie.
Silenzi pieni di paure, timore di perdersi, timore di incontrarsi, timore di scoprirsi davvero, proiezioni, desideri sopiti, voglia di libertà, voglia di capire…
Non le restava che aspettare.
Ma nel frattempo non poteva non chiedersi quali eventi avrebbero potuto ora scatenarsi.
Si preparò filtro, cartina e sigaretta.
Cominciò a squagliare l’hashish: fissava il fuoco e nel blu alla base della fiamma rivide se stessa prima dell’ultima discussione con Davide: la calma che si estingue, il passivo che si trasforma in attivo, il freddo che diventa caldo, cambia colore, diventa giallo e distrugge, bruciando, quello che incontra. Prese l’hashish tra pollice e indice e lo sbriciolò senza problemi. Il fuoco aveva agito.
Rollò la canna e l’accese.
Il secondo tiro fu più efficace del primo.
Ora poteva davvero domandare.
Spense il telefonino che, come previsto, era rimasto in silenzio e continuò ad aspirare con pacatezza, seduta per terra, fuori al balcone, scrutando l’infinito dentro se stessa.