Senza poter muovere un braccio. O la gamba. O un dito del piede. Senza poter alzare la testa dal letto o girarla per vedere chi è entrato. Unico movimento consentito: aprire e chiudere le palpebre. Se lo si vuole considerare un movimento, è possible anche muovere verticalmene gli occhi, ma non lateralmente. Senza poter parlare. Senza poter mangiare. Senza poter espandere attivamente la gabbia toracica. Pur riuscendo a capire tutto quello che sta succedendo. Locked-in syndrome. Rinchiusi nel proprio corpo. Una mente, due occhi che guardano sempre il soffitto o il passante di turno che mette il suo faccione davanti al tuo, chiedendoti: “come va oggi?” “Una merda” diresti se potessi parlare. Però lo pensi. E pensi a tanto altro. Solo quello ti è possible fare. I più intelligenti o i medici ti pongono domande a cui puoi rispondere sì (chiudendo gli occhi una sola volta) o no (ammiccando due volte). Ma nessuno sa cosa significa. Le vie del dolore sono integre e allora quello lo senti. Ovunque. Diventa tuo compagno di viaggio. Ti accompagna verso l’unica meta possible. Alla maniera in cui quei due aspettavano Godot. E lui non arriva. Non si sa chi sia. E la morte non arriva. Non si sa chi sia. E trascorrono i giorni o le ore. Tu pensi. Dormi. Ti svegli e non sai quand'è. Che è ora. Che verrà a prenderti. Pensante, ma paralizzata. La mente talvolta fa brutti scherzi, si annebbia, crea illusioni. La valigia era ancora vuota. Fece un tiro da una canna di Libanese. Il migliore in circolazione. Lo chiamavano El Kolch dello Zahret. Chissà cosa voleva dire. Anche la canna si era inumidita, bagnata dalle lacrime che scendevano giù, come pioggia. Stava impazzendo. In un vortice di pensieri, paure, ansie, cose nuove da voler scoprire, emozioni, voglia di altro, voglia di abbandonare quel passato e questo presente ormai vecchio. In un vortice. Sbagliato. Il vortice dentro di te. E il corpo immobile. Paralizzato. Una sensazione come di vertigine. Tutto che rotea. Dentro. Locked-in. Fuori nessun gesto, nessuna azione. Essere fermi e sentirlo. Capire che il colpo è stato sparato, tutti sono partiti già e tu sei ferma ancora alla griglia di partenza. L’ inizio di un nuovo percorso. Inizia il viaggio. Teresa poggiò la canna nel posacenere e si alzò. Prese un pacchetto dalla scrivania e lo lanciò nella valigia. La prima pietra era stata posta. Il viaggio era davvero iniziato. Finalmente. Si sedette davanti al pc. Hotmail.com. Scrisse una mail. Il giorno dopo sarebbe partita e nessuno dei suoi amici portoghesi lo sapeva ancora. Scrisse a Diana. Fu sintetica: amanha chego no porto. Arrivo domani. Cliccò sul tasto INVIA e andò a stendersi di fianco alla valigia, non più vuota. C’era una sola cosa dentro. Per di più vi era stata lanciata. Era stato necessario un moto di violenza per innescare quel processo. Era stato necessario uno stimolo efficace. Non più locked-in. Forse ha mosso un dito della mano, prima di addormentarsi. Affianco alla valigia. Da lì dentro, dalla valigia, una moleskine riposava, senza compagnia, di fianco a Teresa, e lo fece per qualche ora.
giovedì 23 luglio 2009
martedì 7 luglio 2009
Black Bombay
sabato 4 luglio 2009
Peacemaker
Aveva i capelli legati: forse per comodità o forse perché sapeva che a lui piaceva così. Non era una visita di cortesia né un incontro dal basso profilo: lei lo sapeva e probabilmente per questo decise di usare tutte le armi in suo possesso, comprese quella della seduzione. Non per questo si lasciò andare a soluzioni eccessive, volgari o di bassa fattura. Aveva un maglioncino a collo alto, viola come il mosto, aderente al punto da esaltare i suoi seni perfetti prima di accompagnare verticalmente la sua pancia piatta. Era stupenda. Come sempre. Stefano aprì e nel vederla il fiato gli si fermò in gola per un istante. Era stupenda.Come sempre. Ma la reazione di Stefano non era stata quella ogni volta: spesso era come noncurante, indifferente alla sua bellezza , distratto da altro, da routinarie questioni che gli riempivano le giornate e dettavano il loro scorrere senza che lui ne avesse pieno controllo. Quella volta, invece, non fu così ed era probabilmente perchè un moto d’inquietudine aveva iniziato a dare segni di sé, minacciando un periodo d’instabilità o forse un lutto. Ricordava di aver sentito in un telefilm che guardava da ragazzo una frase che gli era rimasta impressa: solo quando è buio riusciamo a vedere le stelle. Il buio stava avvicinandosi. Lo temeva. “Ciao Lisa, entra.” Lei accennò un bacio, sfiorandogli le labbra, poi lo strinse a sé, ponendogli una mano gelida sulla schiena. Lui dovette resistere, perché in quell’abbraccio c’era tutto il calore della terra. “Scusa se sono in anticipo, ma ero al centro e…” “Non preoccuparti: dammi due minuti e sono da te” rispose lui. Lisa lo guardò mentre saliva le scale per andare al piano di sopra, dove c’era la sua stanza e il bagno. Poggiò la borsa a terra ai piedi della poltrona e lì si sedette. Riusciva ancora a percepire il calore: qualcuno c’era stato seduto poco prima ed immaginò cosa stava facendo Stefano prima che lei arrivasse. Forse era lì a fumare una canna, ma non sentiva puzza di fumo o odore di erba e non c'era alcun posacenere nelle vicinanze. Girò lo sguardo verso il pouf dove era poggiata la tromba, ma no! non poteva essere: se stava suonando l'avrebbe sentito a un isolato di distanza. C’era un’unica risposta e lei ne era consapevole: Stefano stava preparandosi all’incontro e il suo anticiparsi aveva interrotto i suoi programmi. Effetto sorpresa. Era in vantaggio. Era come aver sorpreso il nemico di spalle: l’unica differenza era che sul suo collo prominente avrebbe voluto poggiare la sua bocca e non la lama affilata di un coltellaccio. Il risultato sarebbe stato il medesimo: Stefano sarebbe capitolato. Sconfitto. Battuto. Si sporse di lato a raccogliere la borsa e si mise a cercare qualcosa . La borse delle donne. Come il portatile per un uomo. Regno dei propri segreti. La mela addentata sul dorso del mac di Stefano era illuminata. Ecco! forse era quella la strada giusta, forse Stefano stava lavorando al computer. Lasciò perdere la borsa e si alzò per andare verso la scrivania. Safari era aperto sulla casella di posta elettronica: dove finisce la libertà tua e inizia la privacy del tuo compagno? Rimase perplessa ed interdetta. Era tanto che non si scrivevano. Parlavano abbastanza, ma quelle poche volte che avevano avviato un carteggio c’era stato qualcosa di più profondo. Lo scriversi riusciva a frenare gli impulsi, a domarli, rendendo il discorso esente da toni esagerati: in definitiva qundo si erano scritti erano riusciti a comunicare davvero, alleviando la vergogna, minimizzando le paure, trasmettendo quello che, occhi negli occhi, non si sarebbero mai detti. La casella inbox strabordava di messaggi di un certo Luca. Quel nome non lo conosceva. Uno più uno: non conosceva Stefano. Blocco. Silenzio. Arresto. Fu il rumore dei passi di Stefano a darle uno scossone. Si mosse, allontanandosi dalla scrvania, dal mac e dai quei pensieri. Riprese la borsa. “Che fai?” le chiese, una volta che era arrivato giù, con indosso una camicia tibetana a righe verdi chiare e scure. “Preparo una canna” rispose, mettendo sul tavolino cartine, sigarette e una bustina trasparente piena zeppa di Peacemaker.