domenica 24 agosto 2008

Sinsemilla

Fece un sorso di Porto-tonic, poi gli disse: “Da dove cominciamo??”
Marco diede uno sguardo alla città senza mettere a fuoco nessun punto in particolare. Fece un visibile respiro d’addome, per ricaricarsi. Il succo a mela verde sul tavolo era di un colore scintillante, carico di energia, come fosse pronto a esplodere, pervadendo l’aria di sprizzante voglia di vivere.
Ne fece un ultimo sorso. “Da dove vuoi…”, rispose.
Kya si aspettava quella risposta, ma non ne aveva prevista la portata. Si trovò spiazzata, ma riuscì a cavarsela: “A Valencia non c’è l’oceano. Affaccia sul Mediterraneo”.
Le sembrava aver detto la cosa che più poteva introdurre l’argomento senza creare eccessivi disagi. Voleva rompere il ghiaccio. Così, semplicemente. Ma lunghi secondi di silenzio arrivarono, Marco distolse nuovamente lo sguardo per dirigerlo lontano. Sembrava volesse ricordare qualcosa, strizzò leggermente gli occhi.
“Dove trovare l’energia per un atto privo di contropartita? L’energia deve venire da un altrove. E però, occorre innanzitutto uno strappo, un qualcosa di disperato, occorre inanzitutto che il vuoto si crei.” Marco concluse quella frase ponendo l’accento sulla parola vuoto. Poi si girò verso di lei: “è uno stralcio da La casa del sonno; curioso come la lettera fosse conservata proprio a quella pagina!”
Kya era sbalordita. Quella frase sembrava essere stata scritta su misura per Luisa o meglio coincideva con l’analisi che Kya faceva della sua situazione. Eppure sapeva che lo stesso valeva per Marco. Quella frase era come tristemente universale, capace di prendere entrambi per la mano, ognuno rinchiuso nel proprio mondo di problemi, pensieri, rivelazioni, per accompagnarli su un terreno di condivisione. Andava riconosciuto il vuoto, andava combattuto. O viceversa quel famoso atto privo di contropartita doveva essere finalizzato al bene.
Ripensò a Luisa e riconobbe che c’era ancora molta strada da fare.
Voleva fumare. Prese dalla borsa due bustine trasparenti piene d’erba, una più scura dell’altra. Le annusò entrambe e poi ne diede una a Marco: “Silver Haze. È l’ultima, poi dovrai aspettare il prossimo raccolto.” Poi prese a fare una canna dall’altra bustina.
La preparò, l’accese e ordinò un altro Porto-tonic. Poi, diretta come l’alta velocità sulla tratta Parigi-Amsterdam disse con tono deciso: “Qual è il tuo vuoto?”
Gli indigeni dell’America latina lottavano e cacciavano con archi e cerbottane: ben poca cosa per sconfiggere animali selvatici o nemici. Studiarono il loro territorio con la sua fitta vegetazione e scoprirono che lavorando in proporzioni differenti cortecce di alberi della zona potevano ottenere un veleno potentissimo: il curaro.
La domanda di Kya era come un dose di curaro iniettata nel torrente circolatorio all’improvviso.
La muscolatura si rilassava, diveniva pesante, incapace di articolare un qualunque segmento corporeo, il respiro si faceva lento, le palpebre si abbassavano, lasciando due piccole fessure per la luce, per mantenere contatto col boia, con chi quella dose aveva somministrato.
Nonostante ciò Kya meritava la sua amicizia per quello: era abituata alla sincerità. Ci andava giù pesante con la sincerità, ferendoti o imbarazzandoti tanto da voler scomparire dalla faccia della terra. Ma era quanto di meglio uno poteva augurarsi da un rapporto.
Marco non era ancora pronto a rispondere. Allora deviò. L’alta velocità fece sosta a Rotterdam, a mezz’ora dalla capitale.
“L’Oceano è un concetto, non l’ho usato nel senso geografico del termine.”
Kya era abituata alle pause intercalate tra le domande che poneva e le risposte che otteneva. Erano pause verbali, in cui si continuava a discutere d’altro, di un altro non tanto dissimile dal discorso centrale, in qualche modo ad esso connesso. Kya lo sapeva e lasciò fare.
“Cosa è per te l’oceano?”

mercoledì 4 giugno 2008

Grey Berry

Con un clic la vocina si acquietò.
Aveva cercato di distrarsi quella sera. Ad un concerto per ballare, saltare, cantare: che l’alccol facesse quello per cui era stato comprato.
Distrarsi. Mettere un silenziatore alla vocina.
Una pausa al vortice interno che la tormentava e la corrodeva e la sfiniva.
Musica ad alto volume.
Per un po’ ci era riuscita. Ma tutto svanì.
Esistono le storie a lieto fine nella realtà?
O dobbiamo accontentarci della scorpacciata di favole dell’infanzia?
Le bastò rimettersi in auto per tornare verso casa. In un vicolo la spazzatura era stata riversata per strada ed ora era in fiamme. Un fumo bianco e denso risaliva tra mille grossi rivoli verso l’alto, impregnado un’aria di suo fetida.
Chiuse per prima cosa il finestrino, poi risalì il vicolo a retromarcia.
Di lì non si poteva passare! il piave asfaltato, ricolmo d’immondizia, moromorava.
Dovette trovare una strada alternativa e l’unica possibilità le era offerta da una parallela. Avrebbe dovuto percorrerla contro il senso di marcia. Uscì da quel girone dell’inferno e salì di grado. Altro giro, altra corsa. La cosa si faceva più interessante: slalom tra barricate fatte con immondizia.
Tutto il nostro rifiuto, quello che neghiamo, che scartiamo, l’eccesso, il brutto di cui disfarsi, l’osso della carne, la lettera strappata, la bottiglia vuota, ma piena di rimorsi, il preservativo usato in un amplesso rubato, l’assorbente colmo di mestruo: tutto lì, in bella mostra, il sottosuolo che ce lo sputa innanzi perché ci resti impresso.
Le si inumidirono gli occhi. Non lo sopportava. Non riusciva a reggere quello scempio. La sua città: Napoli. Ma dentro di sé il vortice non sembrava voler terminare. Una stretta allo stomaco. Il suo passato e l’oggi, il suo presente, tutto insieme condensato in un’immagine, in una sensazione, in un rifuto, quello innanzi a lei, quello dentro di lei.
Quello fu il simbolo.
Il resto venne da sé: Teresa torno a casa avvilita, sconfitta, triste e consapevole del fatto che lei, a livello personale, non avrebbe potuto muovere un passo per risolvere quella situazione. I media assurgevano a professori emeriti invitando i partenopei alla raccolta differenziata. Teresa in questa strategia non vedeva alcuna utilità a breve termine, nessuna efficacia per risolvere l’acuzie. Il problema era così grosso e di difficile gestione da richiedere tempo, molto tempo. E lei quel tempo non l’avrebbe concesso a nessuno.
Piuttosto Teresa voleva differenziarsi. Modificare la propria esistenza, smarcandola da quella delle persone che non avevano il coraggio di mettersi in gioco, svincolarsi dalle comodità routinarie dei rapporti, dal soldo facile, dall’auto di papà, dal piatto a tavola e le lenzuola cambiate. Voleva allontanarsi da quella città che ormai non la stimolava più.
Rincasò, si preparò una canna di Grey Berry, erba bastarda da Bubblegum e Blueberry, e accese il computer.
ryanair.com
selezionare aeroporto di partenza: Roma Ciampino
selezionare aeroporto di arrivo: Porto
Quando?
Cliccò sulla freccia che faceva scorrere i mesi e i giorni, cercando il volo più economico possibile. Era quello il criterio che la stava guidando, nessun altro pensiero. Trovò un volo a 9 euro e novantanove. Poteva andare. Con le tasse avrebbe speso sui 50 euro.
Sola andata?
Sì.
Eseguì l’operazione: volo FR 185 del 24 luglio Roma (CIA) - Porto (OPO) ore 17.46.
Con un clic la vocina si acquietò.
Qualcuno avrebbe potuto criticarla, sostenendo che era lei in realtà a fuggire, era lei in realtà quella non coraggiosa, quella che scappava, rinunciando a restare e a lottare perché la sua città tornasse alla normalità. Era lei che scappando faceva la morte della propria città.
Forse quel qualcuno aveva ragione, ma Teresa aveva individuato un percorso. Doveva intraprenderlo, pena la sua di morte. Quel qualcuno per adesso poteva andare al diavolo. Lasciò la canna spegnersi quando ne aveva fumato circa metà e andò a coricarsi, libera dalla vocina.


martedì 6 maggio 2008

Crema di Marocco | tre

Sembrava che avessero chiarito, ma in realtà non era così. Da un paio di giorni, forse tre, non si vedevano (ognuno nelle proprie faccende affaccendato, ma quella era solo una scusa...) né si sentivano. Ognuno aspettava che fosse l’altro a muoversi, a fare un passo, a mostrare un’apertura, ad essere disposto ad aprire un dialogo.
Dià: attraverso; logos: discorso.
Attraverso il discorso. In altre parole confronto. Le parole come mezzo per muoversi dalle proprie posizioni, attraversarne di altre, perforare il muro di incomunicabilità che porta alla non condivisione e quindi alla solitudine.
Il parlare e l’ascoltare.
Due pesi, ognuno identico all’altro, identico a se stesso, posti su due piatti di una bilancia il cui l’ago, in questo caso, risulta perfettamente perpendicolare alla superficie d’appoggio puntando verso l’alto, guardando lo zenit sopra la nostra testa, il punto più alto, meta ultima del percorso comunicativo, lido che una volta raggiunto regala l’evoluzione del proprio pensiero.
Il parlare e l’ascoltare nella stessa misura. Con la stessa energia. Con lo stesso peso.
Altrimenti l’equilibrio si perde e l’ago della bilancia punta altrove, verso mete più improbabili, seguendo percorsi come poco illuminati e illuminanti.
Ma per poterlo fare bisogna essere in due.
Davide si domandò quanto fosse utile ammorbidire il suo approccio, quanto Teresa fosse disposta a mettersi a nudo, quanto fossero capaci, entrambi, di discutere-attraverso, mettendo da parte l’orgoglio, la rivalsa, la voglia di avere ragione…
Si preparò una canna. Voleva alleggerire la testa, pesante come una coperta di lana doppia imbibita d’acqua piovana. Prese la Crema di Marocco e cominciò a lavorarne una parte grande quanto il gommino posto su alcune matite da ufficio. Lo mischiò con del tabacco e arrotolò tutto in una cartina.
Esattamente 5 tiri.
5 tiri e si decise a chiamarla. Aveva bisogno di sentirla. Aveva bisogno di capire come stava, cosa le frullava per la testa, nonostante una parte di sé, quella orgogliosa, quella stupida e virile, tirasse le redini di questa decisione.
Scorse la rubrica del suo maledetto cellulare e selezionò: Teresa.
Rispose con una voce tra il raffreddato e il triste.
“Pronto…”
“Ciao… come stai?”
Teresa mugugnò, poi disse qualcosa di incomprensibile.
Dopo fu un lungo silenzio.
Davide continuava a fumare, sperando che la Crema di Marocco calmasse i battiti del suo cuore che invece non ne voleva sapere nulla di rilassarsi; nel frattempo cercava di avviare un discorso. Più che altro faceva domande di ordine generale e Teresa rispondeva a monosillabi, probabilmente con la testa altrove.
Ufficialmente non si sentiva bene. Forse era il cielo cupo che faceva pandan col suo cuore, grigio come la cenere, scuro come l’oceano notturno di Porto.
Era sempre stata metereopatica, ma quella volta di più…
La canna non era neanche finita che Davide capì che quella telefonata era stata inutile.
Inutile per loro. Teresa lontanissima, nel corpo e nella mente. Loro due distanti.
L’ago della bilancia quasi parallelo alla superficie d’appoggio.
Utile per lui, perché quell’ago gli si era virtualmente conficcato nel cuore.
Stava iniziando a capire.
Potrei aver bisogno di tempo non era una tautologia.
Non era una minaccia anche se ad orecchi poco esperti poteva sembrarlo.
Era una presa di posizione.
Era un addio.
O quanto meno un arrivederci a data da destinarsi.