venerdì 4 maggio 2007

Afghano

Fecero l'amore due volte.
La prima perchè gli ormoni glielo imponevano: senza pensarci troppo, senza accostarsi all'atto con calma, senza preliminari, il cazzo già duro e l'orgasmo precoce.
La seconda,invece, perchè ad imporglielo era la sete d'animo, la voglia di comunione, il desiderio di sentirsi due come uno. Coccole, carezze, visi che si sfiorano, braccia che si intrecciano, baci leggeri come zanzare, parole d'amore sussurrate all'orecchio con gli sguardi persi alle spalle del compagno. Si ritrovarono poi a compenetrarsi e amplesso fu. Di sottofondo merry christmas Mr. Lawrence.
Raggiunto l'orgasmo si distesero supini sul letto, uno di fianco all'altro, guardando il soffitto. Non una parola. nessuna poteva essere adatta, nessuna capace di descrivere la pace dei sensi, l'estasi, il nirvana della carne che provavano in quel momento, quando l'orgasmo li aveva toccati. Energia pulsante dentro di loro, energia che si sprigiona e che diffonde, colorando le pareti della camera da letto.
Luca prese coraggio: dopo essersi dato una pulita in bagno, tornò nudo nella stanza, cioccolato in una mano, hashish nell'altra.
Si mise seduto nel letto, spaccò un pezzo di cioccolato, lo assaporò ad occhi chusi.
Poi prese a fare una canna.
"che ne pensi?" chiese Luca, mentre cercava un cartoncino per poter fare un filtro.
"cosa?" rispose.
"di noi?"
"per ora sto bene... davvero..."
per ora.... flash-forward:
ci sarà un giorno in cui non saremo più insieme, affianco a me qualcun'altro o forse nessuno.
ciò che era uno si sdoppia, dalla costola di adamo nasce eva, ma eva tradirà adamo...
il problema per Luca non era perdere quello che credeva l'amore della sua vita.
era restare da solo.
stanza vuota. pareti che in origine erano bianche, ora ingiallite dal cinico tempo. solo una sedia in un angolo. nessuna porta, nessuna finestra, nessun varco.
Luca confondeva dentro di se i concetti di solitudine, isolamento ed esser soli: non avevano per lui significati differenti, erano per lui tutti sinonimi, rappresentavano tutti una espressione della sua Paura.
Quale fosse poi il motivo per cui Luca approcciava la questione in maniera fobica, tale da richiedere un uso quotidiano di benzodiazepine e la luce sempre accesa durante la notte, non era dato saperlo.
Neanche Stefano ne era a conoscenza, nonostante ne avessero parlato più volte e nonostante stessero insieme da ormai tre anni.
Stefano si allungò su un fianco e avvicinò il suo volto a quello di Luca.
Gli diede un piccolo bacio, sfiorando con la punta della lingua le labbra dell'altro.
Poi si alzò per andare a farsi una doccia.
"non fumi?"
"lasciala spegnere, faccio due tiri dopo."


mercoledì 2 maggio 2007

Jack Herrer

Aveva sempre sospettato che suo padre gli stesse nascondendo qualcosa. Ne aveva il sentore: la sua cute gli inviava piccoli segnali, stimoli elettrici che infuocavano spie di allarme nel suo cervello stonato dalla Jack Herrer.
Pensò che tutto potesse essere piuttosto normale. Pensò a Kya e al suo rapporto con il padre.
Forse non c’è nulla di speciale… tutti i figli… tutti i padri…
Era confuso: non riusciva a capire cosa lo metteva in crisi.
Aveva sempre sopportato, in maniera più o meno brillante, il rapporto che esisteva con lui, l’albero, il sole, il fallo, la potenza che rinasce sotto altre forme…
Lo aveva semplicemente tagliato fuori dalla propria vita, se non quella quotidiana fatta di stupidi gesti e sterili meccanismi consolidati nel tempo, quella intima e creativa, in divenire, la potenza che si riscopre e si proietta verso nuovi orizzonti, recidendo per sempre il cordone ombelicale.
Potenza che muore. Potenza che nasce.
Come una pianta di sativa. Compie il suo ciclo. Ci regala il seme. Geneticamente affine. Questione di DNA.
Il seme a sua volta compie il ciclo, identico a se stesso, identico nei tempi, a discapito dei ruoli invertiti per gioco dal destino.
Mi trovo proiettato tra dieci anni… ho i baffi…
Questione di DNA.
Marco ripensò allora a Daniel Clowes, pantaloncini corti e maglietta, sguardo spento, rassegnato al proprio destino…
In mente, come marchiato a fuoco, l’immagine di quel fumetto letto da poco.
La soffice nuvoletta fumettistica si prendeva gioco di Marco; scappava e ritornava, si faceva inseguire, dilatava le distanze, ma poi tornava mutata: le curve diventate angoli, la bidimensione che si riscopre trina, il leggero che diventa pesante, il bianco che si macchia di scuro, lo fagocita, lo fonde con se fino a risultarne un colore inguardabile, che non si fa mostra di se, ma nasconde la tela sottostante.
Nuvoletta diventata macigno. Testa pesante. Rumore di fondo.
“Potrò mai oppormi alla tirannia del DNA o sono destinato anch’io ad un futuro di totale infelicità?” *

*da "David Boring" di D.Clowes

martedì 1 maggio 2007

Silver Haze

Il suo colore preferito è il nero. O forse il viola, ma il viola mosto, non certo quello ametista.
Se a quel viola si aggiunge però un bel po’ di rosso…
Mattone scuro e spento. Potrebbe andare.
Certo era che nella vasta scala di colori e pantoni, Kya prediligeva quelli scuri. Le tonalità pastello chiaro erano abolite dal suo assortimento mentale di colori. Come avere un portapastelli solo con matite che disegnano il crepuscolo, la penombra, l’intorno escluso, il reietto della visione centrale…
Ogni mattina, le tende chiuse, era per lei semplicissimo scegliere i capi da indossare: poca variabilità, pochi abbinamenti possibili, poche eccezioni, un qualsiasi capo scuro su un paio di jeans e scarpe rigorosamente basse, in genere All Stars.
Ma per Kya non era solo una questione di abbigliamento. Era una filosofia. Percorrere la strada sterrata che conduce nel bosco: più buia, più incerta, più interessante. Preferirla a quella asfaltata e rigogliosa di luce, che si mostra fiera dei suoi pregi e inconsapevole delle sue brutture.
Quella mattina, appena uscita dal bagno con indosso ancora l’accappatoio, si diresse in cucina.
Normalmente faceva colazione ad un bar all’angolo della strada, leggendo il giornale, ma quel giorno aveva voglia di muffin. Ne prese uno e lo ficcò nel forno. Ci sarebbero voluti circa 15 minuti. Si versò del caffè e prese tritino ed erba dalla borsa. Aveva sempre benedetto l’inventore del tritino: ti permetteva di sminuzzare l’erba in una spumosa polverina e di miscelarla con proporzioni variabili di tabacco, offrendoti una miscela uniforme da assaporare fino all’ultimo tiro. Quello che aveva lei era fantastico: perfettamente nero, piccolo e funzionale. Chiuse la canna con qualche difficoltà; in genere era sempre in compagnia ed erano sempre gli altri a chiuderle, ma all’occorrenza non si tirava indietro. Tra l’altro aveva sempre pensato che fumare da soli era il miglior modo per viaggiare.
Rilassati, siediti sulla tua poltrona preferita, chiudi gli occhi.
Buio. E poi luce.
Potere dell’immaginazione.
O del Thc.
Quella mattina Kya si perse nella folla di idee e progetti che aveva per le ore a venire: era purtroppo però riuscita ad organizzare la sua giornata solo fino all’aperitivo delle 12 quando il telefonino trillò.
1 messaggio ricevuto.
ore 3.47 della notte trascorsa.
Aiutami…
Lo stomaco di Kya si contorse piegato dall’acido.
E il muffin non era ancora pronto...