giovedì 29 ottobre 2009

Postumi di Black Bombay | due

Si erano date appuntamento via sms.
A volte accadono cose che sfibrano lo scorrere del tempo e il tuo orientamento in esso. Passano ore senza che nulla accada: anche la luce che entra dalla finestra cambia, assecondando il moto del sole che scompare dietro i palazzi spenti, ma sembra non farlo. Lo sguardo fisso nel vuoto e la mente gelificata senza che nessuno stimolo sia capace di smuovere quell’ammasso ectoplasmico che pare non avere vita dentro di esso. Immaginando una linea con trattini trasversali che rappresentano l’una dopo l’altra le ore che incessantemente si susseguono, e sforzandosi di concentrarsi nell’intervallo compreso tra due trattini, potremmo visualizzarne altri 59, ognuno per un minuto. Ma a volte lo spazio tra due trattini si dilata e dentro di essi, tra i seondi, tra l’uno e l’uno più uno, in quello spazio infinitesimale, perché lo visualizziamo geometricamente, in quel piccolo segmento della linea che abbiamo immaginato qualche secondo fa e che man mano sta dilatandosi, si pùo sprofondare. È come osservare da un’altezza spropositata una lumaca che cammina. Ogni millimetrico spostamento non sarebbe percettibile. Sembrerebbe semplicemente tutto fermo.
Cristallizzato.
E poi succede che in secondo mille pensieri arrivino e mille paure e mille sensazioni.
In questo caso è tutto concentrato. I trattini si avvicinano, quasi si sfiorano. Si condensano. E sembra che stia succedendo tutto insieme.
Tutto a noi.
Tutto nel medesimo istante o giu di lì.
In 4 secondi, se sono quelli giusti, può cadere un impero.
Si erano date appuntamento via sms. Nonostante ciò, quando Kya bussò alla sua porta, le sembrò di sprofondare nel panico: credeva di avere ancora molto tempo per sé, sola, per rimettersi in piedi e a rimettere in ordine. Perché tutto avesse una certa parvenza di normalità. Perché tutto ciò che si fosse trovato fuori posto avrebbe potuto ssere liquidato con una banale scusa. Il frigo vuoto. Il buio della sua stanza.
Avrebbe desiderato più tempo. Per essere pronta a fingere. Almeno finchè avesse voluto.
E invece il nemico è alle porte. L’ultima battaglia alle porte dell’impero, per difenderlo, per evitare che cada. Per un attimo pensò di non aprire: battere in ritirata. Ma l’attimo dopo una lucidità improvvisa le fece vedere il campo dall’alto, con le sue insidie e i suoi punti strategici.
Era curioso che avesse pensato a Kya come al nemico. Era curioso come le opinioni sulle persone potessero cambiare se considerate in contesti differenti o semplicemente in momenti storici diversi.
Kya non era un nemico: era l’alleato giunto in soccorso.
Si fece forza sulle braccia. Strinse con le mani i bordi del water e spingendo sulle braccia si rialzò con uno sforzo immane. Conservò le ultime energie per tirare lo sciaquone. E per andare ad aprire.
Era parecchio che non si vedevano, ma non abbastanza. L’espressione di Kya, quando vide il volto di Luisa, e il suo corpo smunto, non appena la porta si dischiuse fu chiara. Gli occhi le si sgranarono lentamente, con la stesa velocità con cui gli angoli della bocca si abbassarono in una smorfia di spavento. E di dolore.
“Luisa…” riuscì a dire a malapena.
Ma lei le aveva già voltato le spalle incamminandosi verso il corridoio in ombra.
A Kya sembrò che avesse iniziato a piangere.


domenica 25 ottobre 2009

Postumi di Black Bombay

Ormai ci aveva fatto l'abitudine.
Era diventato come lavarsi i denti dopo pranzo o mettere su il caffè appena sveglia. Automatismi.
Muoviamo azioni per gran parte della nostra giornata per schemi precostituiti e preconfezionati. Questo ci fa risparmiare tempo e ci permette di incasellare l'una dopo l'altra tutte le cose, appuntamenti, telefonate, aperitivi, pilates e letture distratte, che ci è dato vivere o che ci è imposto affrontare. Centrifugare tutta la nostra giornata, per iniziare dalla cena o dal corso di cucina thai, ci renderebbe meno produttivi: e così la nostre giornate scorrono su canovacci delineati. Ci si sveglia, si mette il caffè sul fuoco e mentre sale si fa pipì. E poi la doccia e nel mentre l'acqua si fa calda prepariamo sul letto i vestiti da indossare. E poi usciamo e mentre si mangia qualcosa, un croissant in una mano e i soldi nell'altra, con la borsa soto il braccio, compriamo il giornale e il biglietto della metro e mentre e mentre e mentre.... Tristemente automatismi.
Alcuni pazienti epilettici mostrano questi automatismi mentre hanno una crisi: vale a dire che il loro cervello è come se si spegnesse, c'è perdita di coscienza, dopo non ricorderanno nulla di tutto quello che gli sta accedendo, non ricorderanno chi avevano davanti e cosa gli stavano raccontando, semplicemente un buco nella linea dei ricordi, eppure in quel momento continuano a muoversi, come fantasmi. Conservano il movimento che era posto in essere: masticano o camminano o continuano a fare esattamente quello che stavano facendo prima che un pool di neuroni impazziti scaricasse segnali in modo anomalo, generando la crisi.
Automatismi.
Ormai ci aveva fatto l'abitudine.
Era diventato come lavarsi i denti dopo pranzo o mettere su il caffè appena sveglia.
Non era neanche più in grado di riconoscere i segnali di pericolo che le si mostravano. Aveva silenziato il carattere premonitore che in quanto tale avrebbe dovuto dirle che qualcosa di negativo stava per accadere. L'acido è un sapore cattivo. E questo perché non ci venga in mente di vomitare ogni volta che ci manca il dessert.
Il vomito è un riflesso biologico di fondamentale importanza, ma c'è un prezzo da pagare: l'assaporare il contenuto del nostro stomaco. La memoria gustativa apprende in maniera istantanea e conserva quel sapore e lo ripropone, come idea, come monito...
ma Luisa ormai ci aveva fatto l'abitudine e a quel rigurgito acido, tagliente, sottile, che feriva la mucosa del suo esofago e sfibrava i tessuti del suo essere, non faceva neanche più caso. Si alzò dal letto, ancora intontita, ancora sotto effetto Black Bombay e si diresse in cucina: aveva ormai imparato a convivere col suo problema e sapeva quando accettare un invito a cena, quando declinare, quando restare a casa e quando prepararsi un infuso.
Mise l'infusore sul fuoco e nel mentre andò a svuotare il suo contenuto gastrico in bagno, con completo distacco, come se fosse assente, come senza coscienza, come se la sua lingua fosse ormai insensibile all'acido...

sabato 25 luglio 2009

Sinsemilla | tre

Erano rimasti in silenzio per un bel po’. Ognuno con la mente che scivolava lungo i nastri del pensiero, veloce come non mai. E il silenzio tra loro. Un silenzio riflessivo. Nonostante la comunicazione, nella più immediata delle possibilità, passa attraverso la parola, Marco e Kya stavano paradossalmente mettendosi a nudo. Non parlavano, le loro bocche socchiuse senza emettere alcun suono, parola o lamento: ma si stavano raccontando.
Esistono diversi tipi di silenzio: di sottomissione, di vergogna, di comunicazione non verbale, di paura, di delusione o di gioia e tanti altri ancora. Come gli eschimesi hanno numerose parole per definire il bianco, un colore che a noi pare grossomodo sempre uguale, ne colgono le infinite sfumature, gli infiniti sensi e significati, così valeva anche per il silenzio. Kya stava pensando proprio alla differenza che esisteva tra il silenzio che aveva dominato la scena tra lei e Marco per qualche minuto e quello che invece divideva da molti giorni ormai Marco dal destinatario segreto di quella lettera aperta. Sapeva che stava struggendosi, consumandosi nel non poter condividere il suo quotidiano con chi voleva, sentendosi sconfitto laddove una battaglia non esisteva.
“Da quanto tempo non la senti?” fece lei.
Marco chiuse gli occhi e così si voltò in direzione del sole, guardando con le palpebre abbassate quel tondo luminoso che sembrava essere arancione.
“Da troppo” rispose “è successo di tutto nella mia vita e lei non lo sa ed io mi sento perso: le decisioni che ho preso, le scelte fatte, le cose a cui ho rinunciato: è come giocare una partita di rugby indossando improvvisamente un’altra casacca. Credevo tante cose e poi… svanite nel nulla, avevo riposto fiducia e speranze nel mio futuro, avevo creduto che potesse andare in una determinata direzione e poi, all’improvviso trovarsi davanti ad una porta chiusa: devi cambiare strada, eppure non hai la minima idea di dove ti trovi e dov’è che vuoi arrivare”.
Gli occhi di Marco erano ancora chiusi, ma una lacrima si fece strada tra la rima palpebrale per scorrere via lungo la sua guancia. Kya si trovò in difficoltà per la prima volta e non perché Marco stava piangendo, ma perché era difficile seguire il suo discorso: in meno di trenta parole stava esprimendo tutta la sua crisi.
Era come se avesse davanti ai suoi occhi un nodo ingarbugliato da milioni di nastri, fili e corde e non sapeva da dove cominciare: ne prese uno a caso, o forse no, e tirò decisa, ma con delicatezza. Prima però fece un tiro di Sinsemilla.
“Le strade a volte si separano, corrono parallele, a volta si incrociano nuovamente per poi dividersi definitivamente o per diventarne una sola. Nessuno può dirlo. Ma cos’è che ti fa paura? Percorrere un pezzo di strada da solo?”
“No! Il problema è che non so dove andare, il problema è che insieme a lei credevo di poter andare ovunque…”
“E ora…”
Lui la interruppe: “E ora ho fatto delle scelte, forse sto scappando, non so quel che è giusto… e neanche mi preoccupa… non è questo che mi interessa.”
“E tutto il resto? Il tuo lavoro, le tue passioni, i tuoi sogni…”
Marco sorrise amaramente: “Nei miei sogni lei era protagonista e nella realtà di oggi lei non c’è.”
Marco stava consumandosi come la canna di Sinsemilla. Provava un dolore mai percepito. Un dolore dell’anima. La distanza, l’assenza, il silenzio: come era possibile tutto ciò? Come poteva capitare una cosa del genere? Erano le domande che Marco si poneva al buio, in silenzio, senza riuscire a darsi una risposta. Ma quelle sarebbero arrivate, al momento giusto, non ora, perché ora, anche se lui non riusciva a capirlo ancora, non era il tempo delle domande: era il momento di stare in silenzio. Era il momento di sentirsi.
Una fase si era chiusa e lui doveva aver solo il giusto tempo per elaborare il lutto.
Una nuova fase si apriva e lui doveva aver il tempo di entrarvi completamente, senza rinunce.
Si era al giro di boa, il vento cambiava direzione e lui doveva correggere il tiro.
Da solo e in silenzio.
Kya capì e non parlò più: in silenzio gli strinse la mano. In silenzio gli passò gli ultimi due tiri di Sinsemilla.

giovedì 23 luglio 2009

Libanese

Senza poter muovere un braccio. O la gamba. O un dito del piede. Senza poter alzare la testa dal letto o girarla per vedere chi è entrato. Unico movimento consentito: aprire e chiudere le palpebre. Se lo si vuole considerare un movimento, è possible anche muovere verticalmene gli occhi, ma non lateralmente. Senza poter parlare. Senza poter mangiare. Senza poter espandere attivamente la gabbia toracica. Pur riuscendo a capire tutto quello che sta succedendo. Locked-in syndrome. Rinchiusi nel proprio corpo. Una mente, due occhi che guardano sempre il soffitto o il passante di turno che mette il suo faccione davanti al tuo, chiedendoti: “come va oggi?” “Una merda” diresti se potessi parlare. Però lo pensi. E pensi a tanto altro. Solo quello ti è possible fare. I più intelligenti o i medici ti pongono domande a cui puoi rispondere sì (chiudendo gli occhi una sola volta) o no (ammiccando due volte). Ma nessuno sa cosa significa. Le vie del dolore sono integre e allora quello lo senti. Ovunque. Diventa tuo compagno di viaggio. Ti accompagna verso l’unica meta possible. Alla maniera in cui quei due aspettavano Godot. E lui non arriva. Non si sa chi sia. E la morte non arriva. Non si sa chi sia. E trascorrono i giorni o le ore. Tu pensi. Dormi. Ti svegli e non sai quand'è. Che è ora. Che verrà a prenderti. Pensante, ma paralizzata. La mente talvolta fa brutti scherzi, si annebbia, crea illusioni. La valigia era ancora vuota. Fece un tiro da una canna di Libanese. Il migliore in circolazione. Lo chiamavano El Kolch dello Zahret. Chissà cosa voleva dire. Anche la canna si era inumidita, bagnata dalle lacrime che scendevano giù, come pioggia. Stava impazzendo. In un vortice di pensieri, paure, ansie, cose nuove da voler scoprire, emozioni, voglia di altro, voglia di abbandonare quel passato e questo presente ormai vecchio. In un vortice. Sbagliato. Il vortice dentro di te. E il corpo immobile. Paralizzato. Una sensazione come di vertigine. Tutto che rotea. Dentro. Locked-in. Fuori nessun gesto, nessuna azione. Essere fermi e sentirlo. Capire che il colpo è stato sparato, tutti sono partiti già e tu sei ferma ancora alla griglia di partenza. L’ inizio di un nuovo percorso. Inizia il viaggio. Teresa poggiò la canna nel posacenere e si alzò. Prese un pacchetto dalla scrivania e lo lanciò nella valigia. La prima pietra era stata posta. Il viaggio era davvero iniziato. Finalmente. Si sedette davanti al pc. Hotmail.com. Scrisse una mail. Il giorno dopo sarebbe partita e nessuno dei suoi amici portoghesi lo sapeva ancora. Scrisse a Diana. Fu sintetica: amanha chego no porto. Arrivo domani. Cliccò sul tasto INVIA e andò a stendersi di fianco alla valigia, non più vuota. C’era una sola cosa dentro. Per di più vi era stata lanciata. Era stato necessario un moto di violenza per innescare quel processo. Era stato necessario uno stimolo efficace. Non più locked-in. Forse ha mosso un dito della mano, prima di addormentarsi. Affianco alla valigia. Da lì dentro, dalla valigia, una moleskine riposava, senza compagnia, di fianco a Teresa, e lo fece per qualche ora.

martedì 7 luglio 2009

Black Bombay

Aprì la finestra per far entrare un po' d'aria. Era nuda, ma la finestra della sua camera dava su un piccolo boschetto non molto fitto che si dipanava alle spalle di casa sua. Nessuno avrebbe potuto vederla, né nuda né in nessun altro modo. Prese il piccolo innaffiatoio di finto design che aveva comprato qualche mese prima da Ikea, quando aveva deciso che le piante avrebbero potuto sostituire il muro come compagno dei suoi discorsi notturni. Si era impegnata ed era stata anche abbastanza capace: ora il davanzale della sua finestra ostentava petunie rosa e piante bulbose dai fiori arancioni, oltre che ibiscus e qualche sempreverde di cui non conosceva il nome. Inclinò l'annaffiatoio e l'acqua iniziò a sgorgare bagnando le foglie, scorrendo su di queste fino a gocciolare su un terreno arido che non aspettava altro momento dal giorno precedente. Qualche insetto che non poteva riconoscere svolazzò via, allontanandosi dal pericolo. Luisa avrebbe dovuto mostrare paura, ma invece continuò a nutrire le sue piante. Ne faceva un discorso probabilistico: 1 su 3.
Aveva letto da qualche parte, forse su una rivista di divulgazione scientifica, qualcosa a proposito del colore degli insetti. Era rimasta impressionata. In natura tutto sembra aver un perché o forse è l'uomo che è capace di trovare sempre un perché alle cose. Lei alla fine una spiegazione se l'era data e si era detta che l'evoluzione, ovvero la fottuta arte di sopravvivere a questo mondo, aveva fornito un significato biologico a tutte le cose così come le vediamo noi oggi.
La colorazione degli insetti può essere suddivisa in premonitrice, foberica o mimetica: la prima è propria delle specie che non hanno nulla da nascondere, anzi che hanno qualcosa da paventare; è pressappoco come il giornalista che appende al proprio collo il tesserino "press" o come il cartello "attenti al cane" posto in bella vista sul cancello di sfarzose ville. In altre parole i colori premonitori sono di quegli insetti col pungiglione. Sono lì a dichiarare, in virtù dell' io pensante entomologico: io vado sui miei fiori e voi mi lasciate in pace! Le colorazioni mimetiche appartengono invece a quelle specie che, pur di sopravvivere e incapaci di offendere, si travestono da gradassi, da insetti velenosi, o che si nascondono, imitando, l'ambiente circostante, appunto mimetizzandosi. Alle specie foberiche manca invece in comportamento imitatorio, la capacità di imitare, e le loro colorazioni producono immagini terrifiche senza una specifica e appropriata corrispondenza a organi di offesa.
Luisa non era un'esperta di insetti e non poteva affermare con sicurezza se quegli insetti poggiati proprio sulle sue piante, fossero di una specie o l'altra. Sì! apparivano brutti, velenosi, aggressivi, ma in quella fase della sua vita era incapace nella valutazione dei rischi e le era più semplice ragionare in termini probabilistici: quegli insetti avevano il 33,3 periodico di probabilità di avere sul proprio guscio croccante colori realmente premonitori.
1 caso su 3.
Alta frequenza, ma accettabile.
Con questi pensieri Luisa finì di innaffiare le sue piante, socchiuse la finestra, lasciando un piccolissimo spazio inadatto all'ingresso di grossi insetti e si rimise nuda a letto, recuperando una mezza canna di Black Bombay, lasciata la sera prima a spegnersi nel posacenere. L'accese continuando a riflettere al suo esercizio di stile coi numeri, le probabilità e le frequenze.
L'errore di fondo che aveva commesso e che forse rendeva numeri da giocare i risultati delle sue operazioni era il seguente: Luisa si trovava in Italia, grossomodo all'altezza del 41° parallelo, a due centimetri da livello del mare e per di più in una metropoli. La probabilità che quegli insetti non fossero api, vespe o calabroni, ma sesidi, sembrava ora essere bassissima.

sabato 4 luglio 2009

Peacemaker

Aveva i capelli legati: forse per comodità o forse perché sapeva che a lui piaceva così. Non era una visita di cortesia né un incontro dal basso profilo: lei lo sapeva e probabilmente per questo decise di usare tutte le armi in suo possesso, comprese quella della seduzione. Non per questo si lasciò andare a soluzioni eccessive, volgari o di bassa fattura. Aveva un maglioncino a collo alto, viola come il mosto, aderente al punto da esaltare i suoi seni perfetti prima di accompagnare verticalmente la sua pancia piatta. Era stupenda. Come sempre. Stefano aprì e nel vederla il fiato gli si fermò in gola per un istante. Era stupenda.Come sempre. Ma la reazione di Stefano non era stata quella ogni volta: spesso era come noncurante, indifferente alla sua bellezza , distratto da altro, da routinarie questioni che gli riempivano le giornate e dettavano il loro scorrere senza che lui ne avesse pieno controllo. Quella volta, invece, non fu così ed era probabilmente perchè un moto d’inquietudine aveva iniziato a dare segni di sé, minacciando un periodo d’instabilità o forse un lutto. Ricordava di aver sentito in un telefilm che guardava da ragazzo una frase che gli era rimasta impressa: solo quando è buio riusciamo a vedere le stelle. Il buio stava avvicinandosi. Lo temeva. “Ciao Lisa, entra.” Lei accennò un bacio, sfiorandogli le labbra, poi lo strinse a sé, ponendogli una mano gelida sulla schiena. Lui dovette resistere, perché in quell’abbraccio c’era tutto il calore della terra. “Scusa se sono in anticipo, ma ero al centro e…” “Non preoccuparti: dammi due minuti e sono da te” rispose lui. Lisa lo guardò mentre saliva le scale per andare al piano di sopra, dove c’era la sua stanza e il bagno. Poggiò la borsa a terra ai piedi della poltrona e lì si sedette. Riusciva ancora a percepire il calore: qualcuno c’era stato seduto poco prima ed immaginò cosa stava facendo Stefano prima che lei arrivasse. Forse era lì a fumare una canna, ma non sentiva puzza di fumo o odore di erba e non c'era alcun posacenere nelle vicinanze. Girò lo sguardo verso il pouf dove era poggiata la tromba, ma no! non poteva essere: se stava suonando l'avrebbe sentito a un isolato di distanza. C’era un’unica risposta e lei ne era consapevole: Stefano stava preparandosi all’incontro e il suo anticiparsi aveva interrotto i suoi programmi. Effetto sorpresa. Era in vantaggio. Era come aver sorpreso il nemico di spalle: l’unica differenza era che sul suo collo prominente avrebbe voluto poggiare la sua bocca e non la lama affilata di un coltellaccio. Il risultato sarebbe stato il medesimo: Stefano sarebbe capitolato. Sconfitto. Battuto. Si sporse di lato a raccogliere la borsa e si mise a cercare qualcosa . La borse delle donne. Come il portatile per un uomo. Regno dei propri segreti. La mela addentata sul dorso del mac di Stefano era illuminata. Ecco! forse era quella la strada giusta, forse Stefano stava lavorando al computer. Lasciò perdere la borsa e si alzò per andare verso la scrivania. Safari era aperto sulla casella di posta elettronica: dove finisce la libertà tua e inizia la privacy del tuo compagno? Rimase perplessa ed interdetta. Era tanto che non si scrivevano. Parlavano abbastanza, ma quelle poche volte che avevano avviato un carteggio c’era stato qualcosa di più profondo. Lo scriversi riusciva a frenare gli impulsi, a domarli, rendendo il discorso esente da toni esagerati: in definitiva qundo si erano scritti erano riusciti a comunicare davvero, alleviando la vergogna, minimizzando le paure, trasmettendo quello che, occhi negli occhi, non si sarebbero mai detti. La casella inbox strabordava di messaggi di un certo Luca. Quel nome non lo conosceva. Uno più uno: non conosceva Stefano. Blocco. Silenzio. Arresto. Fu il rumore dei passi di Stefano a darle uno scossone. Si mosse, allontanandosi dalla scrvania, dal mac e dai quei pensieri. Riprese la borsa. “Che fai?” le chiese, una volta che era arrivato giù, con indosso una camicia tibetana a righe verdi chiare e scure. “Preparo una canna” rispose, mettendo sul tavolino cartine, sigarette e una bustina trasparente piena zeppa di Peacemaker.


domenica 3 maggio 2009

Peacemaker | 15 minuti prima

Aveva una dannata voglia di fumare.
Al contempo non si sarebbe mai perdonata se ogni parola pronunciata dalla sua bocca fosse stata accentata dal fetido odore di una sigaretta consumata alla maniera in cui un recluso fa sesso con la prima puttana, avidamente, in un motel fuori città con una porta sul retro. Non con lui. Non questa volta.
Avrebbe potuto prendere la metro, così il divieto imposto sarebbe diventato egida della sua ignavia.
Ma erano solo due fermate e il sole, sebbene sbiadito da un sottilissimo strato di bassa pressione, riusciva ancora a trasmettere un po’ del calore che mancava sulla terra ferma. Sarebbe stata una piacevole passeggiata: 15 minuti, non di più, per mettere ordine tra i suoi pensieri, per chiudere una questione e iniziarne un’altra. Aveva avuto da sbrigare delle commissioni per suo padre, ritirare documenti, districarsi tra la burocrazia, sapendo di non avere il tempo a proprio favore. Non aveva avuto modo di pensare. E si era anche innervosita. Lo stress che le si leggeva in volto le conferiva un’aria tesa e per questo interessante, donava profondità al suo sguardo. Profondità che lei percepiva e anzi usava per vivere la sua giornata come in una ripresa a tutto campo, misurando perfettamente la distanza tra sé e gli altri, gli oggetti, le azioni. Guardava l’angolo, pronta a fissare l’ ostacolo che avrebbe incontrato svoltandolo.
Si infilò gli occhiali da sole e si incamminò.
Non ci volle molto perché tutto ciò che le stava intorno divenisse estraneo, esterno alla coscienza, come quelle immagini che scorrono via oltre il finestrino di un treno in corsa. Tu, con il capo reclinato da un lato, guardi oltre, altrove e gli alberi fitti, rigonfi di verde si susseguono in fila, decine e poi centinaia, ma non ha importanza, perché per te è sempre la stessa scena di sottofondo, come un desktop a cui non si presta più attenzione. Lei stava lentamente immergendosi in altri pensieri che stentavano però a prendere forma. Quella telefonata, la sua voce: aveva avvertito un disagio, ma non era come tutte le altre volte, quando Stefano condivideva con lei i suoi problemi, cercando un consiglio, un parere da un punto di vista altro. Quella volta c’era stato un silenzio, un’occasione mancata. Lo aveva chiamato come solo lei faceva, usando quel diminutivo perché fossero più vicini, perché non vi fosse una latenza di risposta più lunga del dovuto. E invece ad input non corrispose output e questo significava che il meccanismo era rotto, mal funzionante o quanto meno in stand-by. Come in una stanza buia quando la mano sicura afferra l’interruttore ma al click non succede nulla, il buio persiste e la mano, meno sicura, è protesa in avanti a riconoscere ostacoli che la vista non può individuare. E ora lei si trovava in quel buio, procedendo a tentoni, con le mani protese in avanti, cercando il volto di Stefano. Perché se è vero che il telefono rappresenta un filtro, perché protegge dagli sguardi, e che le parole possono essere usate a piacimento, gli occhi non mentono. Avrebbe preso la sua faccia tra le mani e l’avrebbe guardato negli occhi. Gli occhi rivelano.
Si sfilò gli occhiali da sole e li ripose nella borsa.
Era arrivata.
Ebbe un attimo di esitazione davanti alla sua porta. Aveva i capelli legati: prese la coda tra le mani e ne fece due ciocche che tirò da parti opposte per garantire la tenuta dell’elastico da cui la coda nasceva. Fece un sospiro avvicinando tra loro i baveri del trench in modo che da sotto spuntasse solo il collo alto di un maglioncino viola come il mosto. Viola come il quadrante dell’orologio che indossava.
Non c’era bisogno di leggere l’ora: era in anticipo.

venerdì 1 maggio 2009

Postumi di Caramello Royale

Si era cucinato un piatto di pasta svogliatamente, più per la fame chimica che lo aveva assalito, che per fisiologico appetito. L’aveva mangiato alla svelta, in piedi, guardando al di là della finestra, verso il prato su cui aveva dormito l’ultima notte. Mancavano ancora un paio d’ore: bastavano per mettere ordine e per fare una doccia. Nonostante non fosse il primo appuntamento, nonostante si frequentassero da un bel po’, nonostante l’avesse già visto in condizioni peggiori e avesse vissuto quella casa in situazioni a dir poco disastrose, nonostante tutto, Stefano aveva voglia di mettere in ordine. E iniziò a farlo con la smaniosa precisione di chi ha ospiti importanti per la cena.
Lo stress rende nervosi, spinge in down il proprio baricentro emozionale, accelera il battito cardiaco, prepara la mano ad un colpo piuttosto che ad una carezza, ma in definitiva rende più efficienti: in poco più di mezz’ora Stefano aveva messo tutto in ordine o quasi, ma così poteva bastare. Era un risultato accettabile per un single lavoratore che vive da solo. Sembrava accogliente, le luci al punto giusto, con quella lampada accesa nell’angolo e la luce esterna filtrata da una tenda arancione. Mise una bottiglia di vino bianco in fresco e si infilò sotto la doccia. Cantaloupe Island risuonava lontana, ma abbastanza ad alto volume perché la sentisse al di là dello scorrere dell’acqua.
Ci sono brani, soprattutto quelli in lingua madre, che ti fagocitano: sei preso nel ripercorrerne il testo, più o meno significativo che sia, ti conducono dove loro vogliono, verso significati immaginati e visualizzati dal cantante. Esistono poi brani da ascoltare in sottofondo, che lasciano spazio per pensieri propri, che accompagnano la genesi dell’idea, il suo crescere, ingrandirsi, il suo rievocare immagini. In quel momento Herbie Hancock suonava con enfasi il suo piano, Cantaloupe era il tema, ma Stefano pensava ad altro o tentava di farlo: le pareti della cabina doccia erano diventate opache per il vapore, i polpastrelli iniziavano a mostrare i segni di imbibizione per la prolungata esposizione all’acqua, Stefano aveva già fatto pipì senza mantenerselo, come sempre gli capitava sotto la doccia, come un bambino che se la fa sotto durante la notte, liberandosi, rilasciando la vescica senza doversi porre il problema di dover centrare il wc. La chiamano enuresi notturna, la diagnosticano e la curano. Lui non aveva di questi problemi, ma sotto la doccia si concedeva sempre questa libertà: enuresi selettiva avrebbe potuto chiamarsi. Quale fosse il significato non lo sapeva, ma in fondo se ne fotteva. La temperatura nella cabina doccia saliva man mano, il tepore lo avvolgeva, ma il suo cervello era come criocongelato., ibernato, rallentato , limitato nell' esecuzione delle minime funzioni: mantenerlo in stazione eretta. Uscì dalla doccia, si asciugò velocemente con un telo che poi gettò nel cesto dei panni sporchi ed andò a sedersi sulla poltrona, nudo, con il cd che continuava ad andare. Avrebbe voluto prepararsi all’incontro, ma non c’era storia. Avrebbe voluto prepararsi un discorso, ma forse avrebbe avuto bisogno di un portaborse che lo facesse per lui. Il problema si sarebbe posto in ogni caso perchè lei non era una di quelle giornaliste qualunque sedute in platea. Lei era…
Il campanello trillò.
Si alzò per guardare dallo spioncino: era lei.
In anticipo.
Le disse di aspettare un momento.
Si infilò una tuta e a torso nudo, con il cuore a mille, andò ad aprire.

lunedì 13 aprile 2009

Postumi di Charas | lei

Erano trascorsi ormai una trentina di minuti. Teresa era seduta sul letto, con la schiena leggermente ricurva in avanti e le mani l’una nell’altra, la destra nella sinistra. Fissava con lo sguardo la valigia aperta sul letto: era vuota.
Erano trascorsi ormai una trentina di minuti da quando era rincasata. Gli occhi ancora pieni di lacrime, il viso segnato, il trucco che, scioltosi, le conferiva un’espressione stanca, rinunciataria, distrutta. Aveva preso la valigia dall’armadio e l’aveva poggiata sul letto e poi fu horror vacui.
Si domandò cosa avrebbe dovuto portare con se, ma non fu capace di darsi una risposta. Forse l’errore era nella domanda e quelle giuste erano: dove stava andando? cosa cercava? perché? Fissava la valigia davanti a se, ma era distratta, gli occhi rigonfi di lacrime che scendevano perché da tempo ormai non sbatteva le palpebre, quasi a voler ricercare un altro modo di vedere. Si dice che i ciechi abbiano altri modi di vedere le cose, forse quelli giusti, forse quelli attraverso cui il senso delle cose appare nella sua interezza. Lei aveva gli occhi sbarrati. La valigia continuava ad essere vuota. E nelle orecchie risuonava una canzone, messa in loop, una ripetizione che durava ormai da mezz’ora, a scandire un tempo che scorreva senza senso alcuno.
È so isso/ não tem mais jeito/ acabou, boa sorte.
Probabilmente c’era più verità in queste parole che in tutte le sacre scritture: nulla di più vero, nessuna alternativa. Era finita e buona fortuna a te, Davide, ora devo andare. Un battito irregolare le risalì dal petto fin su, a livello delle tempie e quell’esplosione rappresentava solo il prodromo di un mal di testa che di lì a poco l’avrebbe piegata in due dal dolore. Acabou… eppure c’era qualcosa che non andava e la valigia vuota davanti a lei era lì a farglielo capire.
Não tenho que dizer/ são sò palavras/ e o que eu sinto/ não mudarà.
Lo amava, credeva di amarlo ancora, ma era troppo facile dirlo eppure troppo difficile perché quel sentimento in quella situazione strideva come unghie affilate strisciate su di una lavagna. Lo amava davvero? Se sì, da dove originava quel malessere: perché uno non è in grado di cibarsi del sentimento che vive, perché si è alla ricerca d’altro, pur consapevoli che quello che si ha è forse di quanto più grande mai avuto e che mai si avrà? Le domande si accavallavano, mentre le risposte stentavano ad arrivare: erano solo parole, che per quanto ricercate non riuscivano a descrivere il caos dentro di lei. Le parole categorizzano, pongono delle etichette, rendono statico un qualcosa che è dinamico, che va avanti per poi tornare indietro, modificato, alterato nella forma e nella sostanza. Parole e niente più.
Hà um desencontro/ veja por esse ponto/ hà tantas pessoas especiais.
E infine le parole che tentano di rispondere o meglio che ti mettono davanti alla realtà, nuda e cruda, nella sua interezza. C’è una disconnessione, guardala così, ci sono tante persone speciali. C’è una disconnessione. Disconnessione. Disconnessione.
C’è una disconnessione.
Lo ripeteva perché doveva abituarsi all’idea. Lo ripeteva perché era così. Lo ripeteva e ancora e ancora e ancora, a mo’ di stereotipia mimando il punding dell’eroinomane in crisi d’astinenza.
Hà un desencontro.
C’è una disconnessione.
Eppure la valigia era ancora vuota…

sabato 13 dicembre 2008

Sinsemilla | due

“Cosa è per te l’oceano?”
Marco sorrise e accettò la canna che Kya gli stava porgendo. Fece due tiri profondi, per prendere tempo. Non aveva difficoltà a parlare con lei. Lei era una delle poche persone disposte ad ascoltare mettendosi in gioco, con empatia, senza il distacco che i medici o gli psicologi devono avere o che i disinteressati hanno quando ascoltano distratti, quasi annoiati. Il problema era tutto suo. Non era predisposto al dialogo, abituato com’era a tenere tutto dentro, tentando di canalizzare tutte le sue pulsioni in altro, razionalizzandone analiticamente i contenuti per cacciarne fuori qualcosa di buono.
In silenzio.
Era stato abituato a cavarsela da solo sin da quando era bambino. Sempre e comunque. Era stato abituato così o per chissà quale motivo sconosciuto, così si era abituato a fare.
“Una massa d’acqua senza limiti” rispose poi di getto. Ci fu la pausa di un tiro, poi riprese: “Questo in matematica sarebbe un paradosso: ci sentiamo sicuri sulla terra ferma illudendoci che lì l’acqua non possa arrivare, crediamo che le coste rappresentino il limite che l’oceano non può superare, uno stop invalicabile e sulla terra ferma costruiamo strade e grattacieli, stadi, scuole e chiese in nome di un Dio che plachi l’animo dell’oceano, che lo sedi e lo silenzi e anzi, ci prendiamo gioco di lui, costruendo ponti tra terre lontane, come a voler ricucire lembi di carne sfregiata, ignorando il motivo per cui l’oceano è lì a dividerli…”.
Un nuovo tiro più profondo dalla canna di Sinsemilla gli concesse una pausa non più lunga della precedente, ma più carica ed intensa, struggente. Kya era completamente dentro quella pausa, come immersa in calda acqua amniotica, senza moto apparente, in un tempo come cristallizzato.
“L’oceano ogni giorno ce lo ammonisce; il suo andirivieni sulla battigia, il suo agitarsi continuo, il suo scalpitare senza fine e la sua calma apparente sono lì a pronta lettura: il limite non esiste. Ovvero, se esiste è mutevole, soggetto solo alle leggi divine, per chi in un Dio vuole credere per forza.”
Stavolta il tono della voce di Marco indicava una battuta d’arresto, un porgere il testimone all’interlocutore. Kya riemerse da quella tiepida acqua avvolgente, il suo sguardo cadde su quel foglio appena letto che aspettava sul tavolo, accanto al Porto-tonic, che lei gli concedesse il suo sguardo una altra volta. Kya rispose con la stessa fatica del primo gemito.
“L’oceano non appartiene necessariamente alla vita umana e nella nostra vita i limiti esistono.
Le persone di cui parli…” e indicò quel foglio scritto chiaramente dal pugno di Marco, “… alla fine non si incontrano, un limite le ostacola: una porta di legno sordo e una telefonata senza risposta. Tu stesso hai messo un punto al tuo scritto, hai posto un limite…”
Lui la interruppe: “No! Quel punto è come il segno che l’onda lascia sulla sabbia quando si ritira. Quel segno scompare, assorbito dal basso, restituito all’acqua madre. E quel punto non c’è più. In quel punto c’è il domani dell’esame, è un punto proiettato al futuro, eppure già passato. Tra uno e l’altro di quei righi puoi caderci, sprofondare nel vuoto senza avere mai la possibilità di toccare il suolo. Quel punto è solo la coda visibile di una scia che scorre via, una scia invisibile allo sguardo perché prolungamento dello stesso verso il punto”. Fece una pausa, compiendo l’ultimo sorso del succo che gli era rimasto nel bicchiere. Kya lo imitò e anche lei fece l’ultimo sorso.
“In quel punto c’è il risultato di un esame, c’è il dolore della mancata condivisione, c’è la gioia, c’è il presente che vivo, c’ è il rimpianto di non essere partito, la convinzione di dover completare qualcosa qui…”
E il tempo si sospese: Marco e Kya, immobili, rimasero a lungo in silenzio, ognuno nascosto dove la Sinsemilla li aveva condotti, ognuno confinato in una piega del discorso, guardando lontano, verso la città lontana dove il tempo scorreva, ma sembrava andare lentissimo.

lunedì 15 settembre 2008

Charas

C’erano stati insieme qualche tempo prima, quando la andò a tovare durante il suo Erasmus, e lui non poteva immaginare che quel posto si sarebbe ripresentato nei loro discorsi a tre anni di distanza.
Aveva uno splendido ricordo di quella città: costruita su una collina, i suoi vicoli scendevano da nord verso il fiume Douro, con loro la pioggia scorreva verso il basso per congiungersi con l’acqua madre, quella del fiume, quella dell’oceano. Salite e poi discese, traverse fitte, e poi dietro l’angolo scorci meravigliosi: la facciata di una chiesa risplendente del celeste degli azulejos o la cattedrale o l’università o una frase di Pessoa scritta malamente su di un muro.
Nao sou nada. Nunca serei nada. Nao posso querer ser nada. A parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.
E quello che sentiva Davide dentro di sé nel momento in cui, girato l’angolo, lesse la scritta sul muro: sulle orme del poeta fingitore avvertiva alla bocca dello stomaco un’energia vibrante, come un diapason costantemente scosso, tutti i sogni del mondo racchiusi nell’ingenuità di chi ha voglia di cambiarlo.
“Io parto…” riuscì a dire a malapena Teresa ora che finalmente avevano trovato dentro se stessi il coraggio per vedersi.
Il fratello di Davide aveva una bottiglieria e lì, per trovare un po’ di pace, si videro.
Nella penombra. A bassa temperatura.
E nella penombra e a bassa temperatura lei esordì così.
Io parto e d’un tratto tutti i sogni del mondo scomparvero.
“Dove…dove vai?”
“In Portogallo”
Ma quella risposta voleva dire solo una cosa: O-Porto. Non c’era altra città portoghese dove lei potesse scappare. E Davide lo sapeva benissimo. In quel momento però non riusciva a coglierne il senso, non ne capiva il perché, non capiva cosa c’entrasse quella maledetta città in quel dannato periodo della sua vita.
Rimase in silenzio per qualche minuto. C’era qualcosa che stava cambiando, c’era qualcosa che gli sfuggiva tra le mani. Prese il charas e fece una canna. Aveva bisogno di riflettere, ma pensieri, ricordi, emozioni si accavallavano e lui non riusciva ad essere lucido.
“Stai scappando…” le disse, forse domandandolo a se stesso.
Ci fu una pausa: il silenzio e le lacrime scandivano il tempo che separò la domanda alla risposta.
“Forse…ma è quello che sento…ho già deciso…ho già prenotato.”
Anche Davide iniziò a piangere. Tutti i sogni del mondo si erano spenti. Ora non riusciva a capire più nulla. Solo avvertiva dentro di sé una paura enorme: temeva di non rivederla mai più.
E questa paura le comunicò, sperando che lei ne facesse tesoro.
Ma ormai erano lontani: distanti nei luoghi, se non ancora fisicamente in maniera proiettiva; nei tempi e nel modo di viverli ed interpretarli; probabilmente erano distanti anche nei sentimenti.
Eppure piansero insieme, come fossero un’unica cosa.
Piansero insieme come solo loro due sapevano fare.
Piansero insieme e si baciarono.
Un solo bacio, intenso come l’amore stesso.
Fu l’ultimo, poi lei andò via dicendo semplicemente Ciao.

giovedì 28 agosto 2008

Postumi di Charas | lui

C’erano stati insieme qualche tempo prima, quando la andò a trovare durante il suo Erasmus, e lui non poteva mai immaginare che quel posto si sarebbe ripresentato nei loro discorsi a tre anni di distanza. Chissà per quale strano distruttivo motivo, alla fine della loro discussione, come spinto da un’impetuosa voglia di trovare delle risposte, scorse la casella dei messaggi nel suo telefonino.
Le persone conservano sul proprio cellulare messaggi di tempi andati, tracce di un passato che non ritornerà, ricordi digitali che spesso non vengono mai più consultati. La casella era ricolma dei suoi messaggi, d’amore e di odio, scritti nell’enfasi di un meraviglioso momento, sulla scia di un amplesso da trattenere il respiro, o scritti nel buio di una stanza, quando il singhiozzare era l’unico agire che produceva un suono, al di fuori del ticchettare delle dita sui tasti di un telefonino maledetto. Ne trovò uno di cui non aveva memoria. Le cose tornano. E noi non possiamo fare altro che prenderne coscienza.
8/12/2006: Mi accorgo che in realtà conosco poco delle persone che mi sono più vicine e questo mi rattrista, ma… fino a che punto è davvero possibile conoscere una persona? Non lo so, ma spero che con te non sia così...
Il suo cuore si spaccò a metà, le lacrime gli annebbiarono la vista. Avrebbe voluto rigirarle la domanda, in tono d’accusa. C’era una richiesta in quel messaggio, una speranza, una voglia di investire in un affetto, di sconfiggere la solitudine…
Fino a che punto è possibile conoscere una persona? Fino a che punto uno può dire di non essere solo? Quanto c’era di vero in quella richiesta, spero che con te non sia così, ora non poteva giurarlo più: erano soli definitivamente, lei l’aveva salutato, per ora… per sempre…
Davide pensò al senso profondo di quella domanda senza risposta, pensò a chi ne fosse il referente. C’erano tante cose che lei non sapeva. Probabilmente c’erano tante cose che neanche lui sapeva e questa consapevolezza, da tempo sottovalutata, ora gli straziava il cuore e apriva la sua mente a interrogativi a cui non era in grado di rispondere. Gli aveva inviato dei segnali? Quel messaggio stesso forse ne era uno? Era stato miope e non aveva capito il significato profondo che quelle parole racchiudevano? Non lo sapeva e non l’avrebbe mai saputo.
Teresa l’aveva salutato con una voce spezzata, in lacrime, afflitta dal dolore, di un dolore necessario, pronunciando un Ciao tanto semplice quanto carico di paura, di quella che uno prova quando fa un salto nel vuoto. Era l’unica cosa da fare: non quella giusta, non quella decisa razionalmente in un ventoso pomeriggio di novembre. Era un imperativo, dettato dallo stomaco, da una pesantezza a livello del diaframma che impedisce di respirare serenamente.
Ciao e quel che restava era una distanza infinita tra loro due, una distanza incolmabile, una distanza che neanche un aereo verso Porto poteva annullare.

mercoledì 27 agosto 2008

Caramello Royale | due

La finestra faceva da cornice: la luce aveva impregnato il cielo di un azzurro scintillante, un azzurro che aveva lottato a lungo prima di vincere il blu che per l’intera notte aveva contraddistinto in cielo rendendolo simile ad una lavagna su cui scrivere. O su cui cancellare.
Stefano era seduto in poltrona a fumare una sigaretta arricchita con Caramello Royale e da quella posizione riusciva a vedere in maniera distinta 3 cose: come tre impronte lasciate su un terriccio umido o sulla sabbia.
Ogni percorso lascia tracce alla nostre spalle.
Uno: il telefono che di lì a poco sarebbe squillato…
Due: la tromba, appoggiata su di un pouf sospinto da un suo uso distratto subito dietro al mobiletto su cui, quasi per dimenticanza, Stefano aveva poggiato il telefono.
Tre: la finestra-cornice, il cielo mattutino che aveva sconfitto quello cupo e denso della notte precedente, quando Stefano si era addormentato sul prato.
3 impronte che conducono ad una porta chiusa. Stefano si era preparato la sera prima a lasciarla così come l’aveva trovata, ma non sapeva ancora che, pur volendo resistere, non avrebbe potuto fare a meno di aprirla e di concedere agli altri la verità, di urlarla al mondo, un mondo che si concentrava in due persone, di pronunciarla con la propria bocca, in modo che anche lui se ne rendesse conto, in modo che anche lui prendesse coscienza che in realtà stava forzandosi, razionalizzando il suo malessere, senza riuscire a coglierne le radici più profonde per porvi fine.
La tromba era lì che inviava riflessi ramati alle pareti della stanza e ai suoi occhi, la tromba era lì a ricordagli che Stefano non suonava da un po’. La tromba era lì in rassegnata attesa, come una moglie che stesa nel letto, spalle al proprio compagno, piange sul cuscino perché da tempo non fanno l’amore, perché da tempo quel letto è matrimoniale solo nelle misure, perché da tempo anela il ritorno di un sentimento che non verrà più, sbiadito nella forma e nella sostanza, sbiadito ogni giorno un po’ di più.
Tre impronte, come tre evidenze in un delitto.
Si era da poco svegliato, leggermente stordito per la canna fumata sul prato, leggermente incriccato per l’umidità che durante la notte si era posata su di lui penetrando poco a poco nelle ossa. Si era da poco svegliato, con la testa non ancora in funzione, ma al minimo dell’attivazione possibile, si era preparato un caffè e un’altra canna. Si era seduto sulla poltrona e da lì aveva visto quelle tre cose.
Ma prima che le riconoscesse come tra loro collegate il telefono dovette squillare.
Era lei.
Aveva creduto di reggere quella situazione, la sua voce, le sue pause, il suo modo di dire Stè.
Ed invece crollò rovinosamente come le torri gemelle quel famoso 11 settembre.
Lei qualcosa dovette intuire, ma intelligentemente non domandò.
Si diedero appuntamento per il pomeriggio.

domenica 24 agosto 2008

Sinsemilla

Fece un sorso di Porto-tonic, poi gli disse: “Da dove cominciamo??”
Marco diede uno sguardo alla città senza mettere a fuoco nessun punto in particolare. Fece un visibile respiro d’addome, per ricaricarsi. Il succo a mela verde sul tavolo era di un colore scintillante, carico di energia, come fosse pronto a esplodere, pervadendo l’aria di sprizzante voglia di vivere.
Ne fece un ultimo sorso. “Da dove vuoi…”, rispose.
Kya si aspettava quella risposta, ma non ne aveva prevista la portata. Si trovò spiazzata, ma riuscì a cavarsela: “A Valencia non c’è l’oceano. Affaccia sul Mediterraneo”.
Le sembrava aver detto la cosa che più poteva introdurre l’argomento senza creare eccessivi disagi. Voleva rompere il ghiaccio. Così, semplicemente. Ma lunghi secondi di silenzio arrivarono, Marco distolse nuovamente lo sguardo per dirigerlo lontano. Sembrava volesse ricordare qualcosa, strizzò leggermente gli occhi.
“Dove trovare l’energia per un atto privo di contropartita? L’energia deve venire da un altrove. E però, occorre innanzitutto uno strappo, un qualcosa di disperato, occorre inanzitutto che il vuoto si crei.” Marco concluse quella frase ponendo l’accento sulla parola vuoto. Poi si girò verso di lei: “è uno stralcio da La casa del sonno; curioso come la lettera fosse conservata proprio a quella pagina!”
Kya era sbalordita. Quella frase sembrava essere stata scritta su misura per Luisa o meglio coincideva con l’analisi che Kya faceva della sua situazione. Eppure sapeva che lo stesso valeva per Marco. Quella frase era come tristemente universale, capace di prendere entrambi per la mano, ognuno rinchiuso nel proprio mondo di problemi, pensieri, rivelazioni, per accompagnarli su un terreno di condivisione. Andava riconosciuto il vuoto, andava combattuto. O viceversa quel famoso atto privo di contropartita doveva essere finalizzato al bene.
Ripensò a Luisa e riconobbe che c’era ancora molta strada da fare.
Voleva fumare. Prese dalla borsa due bustine trasparenti piene d’erba, una più scura dell’altra. Le annusò entrambe e poi ne diede una a Marco: “Silver Haze. È l’ultima, poi dovrai aspettare il prossimo raccolto.” Poi prese a fare una canna dall’altra bustina.
La preparò, l’accese e ordinò un altro Porto-tonic. Poi, diretta come l’alta velocità sulla tratta Parigi-Amsterdam disse con tono deciso: “Qual è il tuo vuoto?”
Gli indigeni dell’America latina lottavano e cacciavano con archi e cerbottane: ben poca cosa per sconfiggere animali selvatici o nemici. Studiarono il loro territorio con la sua fitta vegetazione e scoprirono che lavorando in proporzioni differenti cortecce di alberi della zona potevano ottenere un veleno potentissimo: il curaro.
La domanda di Kya era come un dose di curaro iniettata nel torrente circolatorio all’improvviso.
La muscolatura si rilassava, diveniva pesante, incapace di articolare un qualunque segmento corporeo, il respiro si faceva lento, le palpebre si abbassavano, lasciando due piccole fessure per la luce, per mantenere contatto col boia, con chi quella dose aveva somministrato.
Nonostante ciò Kya meritava la sua amicizia per quello: era abituata alla sincerità. Ci andava giù pesante con la sincerità, ferendoti o imbarazzandoti tanto da voler scomparire dalla faccia della terra. Ma era quanto di meglio uno poteva augurarsi da un rapporto.
Marco non era ancora pronto a rispondere. Allora deviò. L’alta velocità fece sosta a Rotterdam, a mezz’ora dalla capitale.
“L’Oceano è un concetto, non l’ho usato nel senso geografico del termine.”
Kya era abituata alle pause intercalate tra le domande che poneva e le risposte che otteneva. Erano pause verbali, in cui si continuava a discutere d’altro, di un altro non tanto dissimile dal discorso centrale, in qualche modo ad esso connesso. Kya lo sapeva e lasciò fare.
“Cosa è per te l’oceano?”

mercoledì 4 giugno 2008

Grey Berry

Con un clic la vocina si acquietò.
Aveva cercato di distrarsi quella sera. Ad un concerto per ballare, saltare, cantare: che l’alccol facesse quello per cui era stato comprato.
Distrarsi. Mettere un silenziatore alla vocina.
Una pausa al vortice interno che la tormentava e la corrodeva e la sfiniva.
Musica ad alto volume.
Per un po’ ci era riuscita. Ma tutto svanì.
Esistono le storie a lieto fine nella realtà?
O dobbiamo accontentarci della scorpacciata di favole dell’infanzia?
Le bastò rimettersi in auto per tornare verso casa. In un vicolo la spazzatura era stata riversata per strada ed ora era in fiamme. Un fumo bianco e denso risaliva tra mille grossi rivoli verso l’alto, impregnado un’aria di suo fetida.
Chiuse per prima cosa il finestrino, poi risalì il vicolo a retromarcia.
Di lì non si poteva passare! il piave asfaltato, ricolmo d’immondizia, moromorava.
Dovette trovare una strada alternativa e l’unica possibilità le era offerta da una parallela. Avrebbe dovuto percorrerla contro il senso di marcia. Uscì da quel girone dell’inferno e salì di grado. Altro giro, altra corsa. La cosa si faceva più interessante: slalom tra barricate fatte con immondizia.
Tutto il nostro rifiuto, quello che neghiamo, che scartiamo, l’eccesso, il brutto di cui disfarsi, l’osso della carne, la lettera strappata, la bottiglia vuota, ma piena di rimorsi, il preservativo usato in un amplesso rubato, l’assorbente colmo di mestruo: tutto lì, in bella mostra, il sottosuolo che ce lo sputa innanzi perché ci resti impresso.
Le si inumidirono gli occhi. Non lo sopportava. Non riusciva a reggere quello scempio. La sua città: Napoli. Ma dentro di sé il vortice non sembrava voler terminare. Una stretta allo stomaco. Il suo passato e l’oggi, il suo presente, tutto insieme condensato in un’immagine, in una sensazione, in un rifuto, quello innanzi a lei, quello dentro di lei.
Quello fu il simbolo.
Il resto venne da sé: Teresa torno a casa avvilita, sconfitta, triste e consapevole del fatto che lei, a livello personale, non avrebbe potuto muovere un passo per risolvere quella situazione. I media assurgevano a professori emeriti invitando i partenopei alla raccolta differenziata. Teresa in questa strategia non vedeva alcuna utilità a breve termine, nessuna efficacia per risolvere l’acuzie. Il problema era così grosso e di difficile gestione da richiedere tempo, molto tempo. E lei quel tempo non l’avrebbe concesso a nessuno.
Piuttosto Teresa voleva differenziarsi. Modificare la propria esistenza, smarcandola da quella delle persone che non avevano il coraggio di mettersi in gioco, svincolarsi dalle comodità routinarie dei rapporti, dal soldo facile, dall’auto di papà, dal piatto a tavola e le lenzuola cambiate. Voleva allontanarsi da quella città che ormai non la stimolava più.
Rincasò, si preparò una canna di Grey Berry, erba bastarda da Bubblegum e Blueberry, e accese il computer.
ryanair.com
selezionare aeroporto di partenza: Roma Ciampino
selezionare aeroporto di arrivo: Porto
Quando?
Cliccò sulla freccia che faceva scorrere i mesi e i giorni, cercando il volo più economico possibile. Era quello il criterio che la stava guidando, nessun altro pensiero. Trovò un volo a 9 euro e novantanove. Poteva andare. Con le tasse avrebbe speso sui 50 euro.
Sola andata?
Sì.
Eseguì l’operazione: volo FR 185 del 24 luglio Roma (CIA) - Porto (OPO) ore 17.46.
Con un clic la vocina si acquietò.
Qualcuno avrebbe potuto criticarla, sostenendo che era lei in realtà a fuggire, era lei in realtà quella non coraggiosa, quella che scappava, rinunciando a restare e a lottare perché la sua città tornasse alla normalità. Era lei che scappando faceva la morte della propria città.
Forse quel qualcuno aveva ragione, ma Teresa aveva individuato un percorso. Doveva intraprenderlo, pena la sua di morte. Quel qualcuno per adesso poteva andare al diavolo. Lasciò la canna spegnersi quando ne aveva fumato circa metà e andò a coricarsi, libera dalla vocina.


martedì 6 maggio 2008

Crema di Marocco | tre

Sembrava che avessero chiarito, ma in realtà non era così. Da un paio di giorni, forse tre, non si vedevano (ognuno nelle proprie faccende affaccendato, ma quella era solo una scusa...) né si sentivano. Ognuno aspettava che fosse l’altro a muoversi, a fare un passo, a mostrare un’apertura, ad essere disposto ad aprire un dialogo.
Dià: attraverso; logos: discorso.
Attraverso il discorso. In altre parole confronto. Le parole come mezzo per muoversi dalle proprie posizioni, attraversarne di altre, perforare il muro di incomunicabilità che porta alla non condivisione e quindi alla solitudine.
Il parlare e l’ascoltare.
Due pesi, ognuno identico all’altro, identico a se stesso, posti su due piatti di una bilancia il cui l’ago, in questo caso, risulta perfettamente perpendicolare alla superficie d’appoggio puntando verso l’alto, guardando lo zenit sopra la nostra testa, il punto più alto, meta ultima del percorso comunicativo, lido che una volta raggiunto regala l’evoluzione del proprio pensiero.
Il parlare e l’ascoltare nella stessa misura. Con la stessa energia. Con lo stesso peso.
Altrimenti l’equilibrio si perde e l’ago della bilancia punta altrove, verso mete più improbabili, seguendo percorsi come poco illuminati e illuminanti.
Ma per poterlo fare bisogna essere in due.
Davide si domandò quanto fosse utile ammorbidire il suo approccio, quanto Teresa fosse disposta a mettersi a nudo, quanto fossero capaci, entrambi, di discutere-attraverso, mettendo da parte l’orgoglio, la rivalsa, la voglia di avere ragione…
Si preparò una canna. Voleva alleggerire la testa, pesante come una coperta di lana doppia imbibita d’acqua piovana. Prese la Crema di Marocco e cominciò a lavorarne una parte grande quanto il gommino posto su alcune matite da ufficio. Lo mischiò con del tabacco e arrotolò tutto in una cartina.
Esattamente 5 tiri.
5 tiri e si decise a chiamarla. Aveva bisogno di sentirla. Aveva bisogno di capire come stava, cosa le frullava per la testa, nonostante una parte di sé, quella orgogliosa, quella stupida e virile, tirasse le redini di questa decisione.
Scorse la rubrica del suo maledetto cellulare e selezionò: Teresa.
Rispose con una voce tra il raffreddato e il triste.
“Pronto…”
“Ciao… come stai?”
Teresa mugugnò, poi disse qualcosa di incomprensibile.
Dopo fu un lungo silenzio.
Davide continuava a fumare, sperando che la Crema di Marocco calmasse i battiti del suo cuore che invece non ne voleva sapere nulla di rilassarsi; nel frattempo cercava di avviare un discorso. Più che altro faceva domande di ordine generale e Teresa rispondeva a monosillabi, probabilmente con la testa altrove.
Ufficialmente non si sentiva bene. Forse era il cielo cupo che faceva pandan col suo cuore, grigio come la cenere, scuro come l’oceano notturno di Porto.
Era sempre stata metereopatica, ma quella volta di più…
La canna non era neanche finita che Davide capì che quella telefonata era stata inutile.
Inutile per loro. Teresa lontanissima, nel corpo e nella mente. Loro due distanti.
L’ago della bilancia quasi parallelo alla superficie d’appoggio.
Utile per lui, perché quell’ago gli si era virtualmente conficcato nel cuore.
Stava iniziando a capire.
Potrei aver bisogno di tempo non era una tautologia.
Non era una minaccia anche se ad orecchi poco esperti poteva sembrarlo.
Era una presa di posizione.
Era un addio.
O quanto meno un arrivederci a data da destinarsi.


sabato 26 aprile 2008

Ricordi di Kashmiri | 7 secondi dopo...

Neve in basso. Il cielo scuro in alto. E poi alberi come abbracciati tra loro… Fitti e numerosi lasciavano nascosto tra loro uno spazio circolare. Nella penombra. La luna era lontana e la luce che vi arrivava era regalata di rimbalzo dal cielo esattamente al di sopra di quella pausa nel manto verde che era visibile dall’alto. Ma la luce come riflettendosi nel cielo scuro della notte, gli strappava colore, lo alleggeriva del suo profondo blu, disperdendolo tutt’intorno. Il crepuscolo in quello spazio era quindi blu. Finanche la neva sembrava contaminata, risultandone un cobalto calmo e rilassante alla vista.
Sulla neve due samurai lottavano.
Il primo ebbe la meglio esattamente per 7 secondi.
Tornò a casa e la porta del bagno era aperta. Notò questo dettaglio con la coda dell’occhio, mentre entrava nella sua camera da letto. V’era una innaturale semioscurità: la notte era infastidita dalle luci artificiali che provenendo dall’esterno disgregavano il buio pesto che nessuno forse conosce.
La coscienza di Luca si era imposta, obbligando il suo organismo ad un flusso di ricordi vividi.
La pressione sanguigna si alza, il cuore pompa in leggera tachicardia, la sostanza reticolare si attiva, scarica ad una maggiore frequenza chiamando in gioco il sistema limbico, roccaforte delle emozioni. Una amara tristezza si impadronì di lui. Ma poi la sua ragione placò il suo animo.
Il secondo samurai passò al contrattacco.
Schizzi di sangue rosso cupo macchiavano la neve blu cobalto.
Quando interagiamo con il mondo esterno applichiamo un filtro agli imput che ci stimolano. Raccogliamo il cuore dell’informazione, di quello che accade, di quello che stiamo guardando e ascoltando. Tralasciando i dettagli. Solo una visione preventivamente indirizzata verso la memorizzazione dei particolari, ci rende capaci di ritenere queste informazioni altrimenti considerate superflue. Ma questo succede quando la scena che ci si pone dinanzi è qualcosa di nuovo, un’immagine da scoprire, un’azione da interpretare. Al contrario quando interagiamo con qualcosa di già conosciuto, posto dinanzi ai nostri occhi quotidianamente, è il dettaglio fuori posto, il particolare che differisce, l’anomalia a colpirci, a rubare il nostro sguardo e la nostra attenzione.
Era un dettaglio: la porta del bagno aperta. Ma bastò.
La sua ragione prese il sopravvento e Luca iniziò a pensare a come la visione fosse uno strumento non rigido, non fisso, ma modulabile. E quindi anche non preciso. Ne aveva avuto dimostrazione durante la lezione con il suo professore. Il punto cieco. Ma ora anche questo… e per lui che voleva fare il fotografo, tutte queste considerazioni divenivano questioni di primaria importanza. In che modo la fotografia poteva sostituirsi alla visione? L’obiettivo era la naturale appendice del suo occhio, ma poi, a foto stampata, era un nuovo occhio a filtrare le informazioni, a scegliere quali dettagli conservare nella memoria… era un cane che si mordeva la coda…
Triste e con la testa pesante Luca si appoggiò sul letto: voleva fumarsi una canna.
Ma quel dettaglio lo paralizzò.
Quel dettaglio si impossessò di lui.
Quel dettaglio lo dominò per l’intera notte.


giovedì 24 aprile 2008

Ricordi di Kashmiri

Tornò a casa e la porta del bagno era aperta. Notò questo dettaglio con la coda dell’occhio, mentre entrava nella sua camera da letto. V’era una innaturale semioscurità: la notte era infastidita dalle luci artificiali che provenendo dall’esterno disgregavano il buio pesto che nessuno forse conosce.
Era un dettaglio: la porta del bagno aperta. Ma bastò.
Un flusso di coscienza inarrestabile percorse, centimetro per centimetro, la testa di Luca, fulmineo più della luce, ma al tempo stesso pesante come un’emicrania che lascia dietro di sè un dolore diffuso al corpo intero.
Gli venne in mente l’immagine del suo gatto: Morgana. Aveva 8 anni quando glielo regalarono dicendogli che era un femmina. Poi scoprì che in realtà era un maschio, ma Luca decise di non cambiargli il nome, nell’idea che una cosa continua ad essere se stessa anche se la si chiama in altro modo. E Morgana rimase.
Erano passati 17 anni fino ad allora e per chi ne ha 25, 17 rappresentano l’intera vita vissuta. Ogni episodio della propria vita era collocabile in una fase in cui lui, Morgana, c’era. Solo chi possiede animali e ci vive, ci gioca, ci parla, riesce a capire il rapporto che può crearsi.
Quando faceva buio il gatto dormiva nel bagno adagiato nel bidet adibito a cuccia per lui: era un bel po’ di tempo, quasi dall’inizio, che aveva preso questa abitudine e loro, Luca e i suoi, la avevano assecondata. Gli impedivano però di accedere alle camere da letto durante la notte. Per cui la porta del bagno quando si dormiva era tassativamente chiusa. E così per quasi 17 anni.
Luca usciva per poi rincasare agli inizi della notte quando ormai Morgana e i suoi già dormivano. E per lui era ormai scontato che quella porta fosse chiusa.
Morgana li aveva lasciati da poco, passando a miglior vita se ne esiste per loro o rincarnandosi in altra forma, vivendosi una delle molteplici vite di cui i gatti sono leggendari.
Morgana li aveva lasciati da poco, troppo poco perché Luca stesso o i suoi perdessero l’abitudine a chiudere quella porta. Negli ultimi giorni, gli venne facile ed automatico ricordare, l’aveva trovata comunque chiusa. Quella notte invece, la porta, quella dannata porta, era aperta.
E questo bastò perché nella mente di Luca riaffiorassero tante immagini: quella volta in cui nessuno dei due, né lui né il suo gatto, riuscivano a dormire. Luca si lamentava dentro, Morgana miagolava a squarciagola. E allora si fumarono una canna di Kashmiri o meglio lui la fumò mentre il gatto faceva le fusa raggomitolato nell’incavo della sua ascella, entrambi stesi sul letto e così si addormentarono.
Immagini su immagini riemergevano. Ricordi su ricordi.
Una amara tristezza si impadronì di lui. Morgana non c’era più.
La porta aperta faceva equazione con la morte.
Zero uguale zero.
E in quell’equazione agli zeri Luca poteva sostituire quello che realmente restava.
I ricordi. Il suo nome.
Pensò ad una delle sue ultime letture: Eco.
stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus
Ci restano solo i nomi.
Morgana…


mercoledì 23 aprile 2008

Rifman Malika | due

Le diede un foglio spiegazzato, passandole al contempo la canna.
Fece due tiri, guardò l’orizzonte e le venne in mente un viaggio. Quando andò a trovare Teresa.
Ordinò un porto-tonic: Porto bianco per 3/4, acqua tonica per il resto. Una fettina di limone. On the rocks.
“Devo raccontarti una cosa…” gli disse.
“Leggi prima” rispose Marco. “L’ho trovata in un libro: La casa del sonno.
Kya iniziò a leggere.

Notte prima degli esami (03.mar.08)

Il mio cuore dovrebbe battere. Ansia, coraggio, speranze, paure, proiezioni.
Una visione: qualcuno che corre. Fuga.
Un ubriaco intanto si infila dietro di me in ascensore. Incapace (ingenuo io che gli credetti) di citofonare a chi di dovere. Più probabilmente chi di dovere non voleva ascoltare, il citofono che russa in lontananza.
Arriva al 4°.
Ma prima mi bacia il cuore, mi ringrazia per averlo fatto entrare, per non essere stato diffidente, scappa dai miei occhi, continua a ringraziare.
Ma sa che lo osservo. Mentre l’ascensore arriva al piano. E allora non ne può più.
Alza la testa. E mi guarda. Occhi grigi come l’oceano di Valencia, in un sabato ventoso di novembre. Profondi e carichi come solo l’oceano.
Alza la testa. E guardandomi ringrazia nuovamente.
Io proseguo. Un altro uomo ha incrociato la mia strada.
Arrivo al mio piano. Esco dall’ascensore ma non rincaso: aspetto sul pianerottolo. L’uomo con gli occhi color oceano parla da solo, bussa ripetutamente ad una porta che resta chiusa, si agita, barcolla, aspetta, insiste, ma monta in lui la consapevolezza. Negato. Rifiuto. La notte scorrerà in altro modo. Il letto che cercavi resterà vuoto.
Ed io lo guardo. Ed io che penso.
All’ oceano di Valencia, che rumoroso accompagnava le lacrime.
E a lei che stanotte mi cerca. Da tempo. Da lontano.
Tutto stanotte, quella prima degli esami, concentrato in unica battuta.
Ed io non rispondo. La porta chiusa.
E lei ritenta. E lui prova coi pugni nudi sul legno.
Ed io non voglio. E chi di dovere neanche.
Il mio cuore dovrebbe battere. Forte e veloce. E invece è calmo, istericamente calmo. Chiuso in un silenzio che non voleva. Stordito. Come ibernato.
Il cellulare non squillerà più, anche lui resterà in silenzio, come l’uomo dagli occhi color oceano. Si addormenterà.
Domani si ricomincia. Con un esame.

Fece un sorso di porto-tonic, poi gli disse: “Da dove cominciamo??”

lunedì 21 aprile 2008

Big Bud

Tante mensole con libri letti o sfogliati, dalle pagine ingiallite o candide come la neve solo immaginata. Tanti frontespizi, affiancati in un disordine calmo. Diversi nelle misure, nei colori, negli stili, con titoli che da lontano non riescono a stimolare efficacemente la retina. Tra loro, quei libri, c’era un lettura adolescenziale: Stephen King. A volte ritornano.
Anche lei tornò. Tornò a tormentare: stridula, fastidiosa, insistente, nauseante ai visceri.
Chi sei?
E con essa pensieri, paure, riflessioni, considerazioni.
Sul futuro, quello futuribile, lontano dalle sognanti proiezioni d’infanzia in cui uno desidera conquistare le stelle, levitare nell’universo, osservare il mondo stringendolo virtualmente, grazie al dono della prospettiva, tra l’indice ed il pollice della propria mano.
Pensava al domani e nel frattempo fumava Big Bud. Il presente le scorreva sotto il naso e lei riusciva a percepirlo perfettamente. Non riusciva a dare una risposta a quella domanda. Non le era chiaro cosa voleva, cosa potesse desiderare e augurarsi. Si domandava domani dove voleva che fosse. Più volte il pensiero di Davide incrociò gli altri, a volte incastrandosi quasi sorprendentemente con le immagini che la parte nascosta di Teresa riusciva a visualizzare. In altre proiezioni invece, Davide semplicemente non era previsto. In maniera automatica. Per default. Come se il suo inconscio biologico cogliesse dei frame di vita futura, flash-forward di esperienze in cui altre figure dominavano la scena. Come se una Cassandra albergasse in lei.
Cassandra perché quelle visioni erano in contrasto con il suo presente e quindi interpretate come sogni, fantasie, ripudiate alla ragione, eretici pensieri a cui Teresa non credeva.
Non ancora…
Il tempo continuava a scorrere. La canna di Big Bud a estinguersi. La sua mente ad aprirsi.
Non era il suo rapporto con Davide ad essere in crisi. Era lei. Non era Davide, non il sentimento che continuava a provare per lui / ma poteva giurarlo !?!
Ripensò al messaggio che gli aveva mandato: so quello che voglio
Ci pensò. Un sorriso amaro le inarcò gli angoli della bocca.
Non era vero. Non lo sapeva affatto.
Eppure lui non c’entrava niente.
Era lei che aveva bisogno di mettersi in gioco, in discussione, doveva capire, doveva crescere…
Te-re-sa.
O-por-to.
Sei lettere, tre sillabe.
Doveva tornare in quel posto. Doveva tornare all’origine.